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05 dicembre I miei ragazzi insidiati dal demone della Facilità di Marco Lodoli Vorrei riportare un articolo di Marco Lodoli dal titolo “I miei
ragazzi insidiati dal demone della Facilità” apparso su Repubblica del
6 novembre 2002:
Scrive Lodoli: “Cosa stia accedendo nelle menti degli italiani, come mai ho l’impressione che lo stordimento, se non addirittura una leggera forma di demenza, stiano soffiando come scirocco in troppi cervelli, giovani e meno giovani? Quali sono le cause, se ce ne sono, di questo torpore? Avevo raccontato, un mese fa su “Repubblica”, la mia crescente ansia di fronte al silenzio dei miei studenti che sembrano non saper più ragionare. In tanti hanno risposto, mi sono arrivate molte lettere, anche dei ragazzi delle scuole. Capisco che è difficile indicare un unico responsabile, un sicuro colpevole, ma una piccola idea del perché accada tutto questo io me la sono fatta e ve la propongo. A mio avviso da troppo tempo viviamo sotto l’influsso di una divinità tanto ammaliante quanto crudele, un uccelletto che canta soave, ma che ha un becco così sottile e feroce da mangiarci il cervello. La Facilità è la dea che divora i nostri pensieri, e di conseguenza l’intera nostra vita. La Facilità non va certo confusa con la Semplicità che, come ben sintetizzava il grande scultore Brancusi “è una complessità risolta”. La Semplicità è l’obiettivo finale di ogni nostro sforzo: noi dovremmo sempre impegnarci affinché pensieri e gesti siano semplici, e dunque armoniosi e giusti. La Semplicità è il miele prodotto dal lavoro complicato dell’alveare, è il vino squisito che dietro di sé ha la fatica della vigna. La Facilità, invece, è una truffa che rischia di impoverire tragicamente i nostri giorni. A farne le spese sono soprattutto i ragazzi più poveri e sprovveduti, ma anche noi adulti furbi e smaliziati stiamo concedendo vasti territori a questa acquerugiola che somiglia a un concime ed è veleno. La nostra cultura ormai scansa ogni sentore di fatica, ogni peso, ogni difficoltà: abbiamo esaltato il trash e il pulp, bastavano un rutto e una rasoiata per raccogliere attenzione e gloria; abbiamo accettato che le televisioni venissero invase da gente che imbarcava applausi senza essere capace a fare nulla; abbiamo accolto con entusiasmo ogni sbraitante analfabeta, ogni ridicolo chiacchierone, ogni comico da quattro soldi, ogni patetica “bonazza”. Così un poco ogni giorno il piano si è inclinato verso il basso e noi ci siamo rotolati sopra velocemente, allegramente, fino a non capire più nulla, fino all’infelicità. Tutto è stato facile, e tutto continua a voler essere ancora più facile. Impara l’inglese giocando, laureati in due anni senza sforzo, diventa anche tu ridendo e scherzando un uomo ricco e famoso. Spesso i miei alunni, ragazzi di quindici o sedici anni, mi dicono: “Io voglio fare i soldi in fretta per comprarmi tante cose”, e io rispondo che non c’è niente di male a voler diventare ricchi, ma che bisogna pure guadagnarseli in qualche modo questi soldi, se non si ha alle spalle una famiglia facoltosa: bisognerà studiare, imparare un buon mestiere, darsi da fare. A questo punto loro mi guardano stupiti, quasi addolorati, come se avessi detto la cosa più bizzarra del mondo. Non considerano affatto inevitabile il rapporto tra denaro e fatica, credono che il benessere possa arrivare da solo, come arriva la pioggia o la domenica. Sembra che nessuno mai li abbia avvertiti delle difficoltà dell’esistenza. Sembra che ignorino completamente quanto la vita è dura, che tutto costa fatica, e che per ottenere un risultato anche minimo bisogna impegnarsi a fondo. E per quanto io mi prodighi per spiegare loro che anche per estrarre il succo dell’arancia bisogna spremerla forte, mi pare di non riuscire a convincerli. Il mondo intero afferma il contrario, in televisione e sui manifesti pubblicitari tutti ridono felici e abbronzati e nessuno è mai sudato. Così si diventa idioti. E’ un processo inesorabile, matematico, terribile, ed è un processo che coinvolge anche gli adulti, sia chiaro. La Facilità promette mare e monti, e il livello mentale si abbassa ogni giorno di più, fino al balbettio e all’impotenza. “Le cose non sono difficili a farsi, ma noi, mettere noi nello stato di farle, questo si è difficile”, scriveva ancora Brancusi. Mettere noi stessi nello stato di poter affrontare la vita meglio che si può, di fare un mestiere per bene, di costruire un tavolo o di scrivere un articolo senza compiere gravi errori, questo è proprio difficile, ed è necessario prepararsi per anni, prepararsi sempre. E se addirittura volessimo avanzare di un palmo nella conoscenza di noi stessi e del mondo, trasformarci in esseri appena appena migliori, più consapevoli e sereni, dovremmo ricordarci la fatica e la pena che ogni metamorfosi pretende, come insegnano i miti classici, le vite degli uomini grandi, le parole e le posizioni dei monaci orientali. Ma la Facilità ormai ha dissolto tante capacità intellettuali e manuali, e si parla a vanvera perché così abbiamo sentito fare ogni sera, si pensa e si vive a casaccio perché così fanno tutti. Ben presto per i lavori più complessi dovremo affidarci alla gente venuta da fuori, da lontano, alle persone che hanno conosciuto la sofferenza e hanno coltivato una volontà di riscatto. Loro sanno che la Facilità è un imbroglio, lo hanno imparato sulla loro pelle. Noi continueremo a sperare di diventare calciatori e vallette, miliardari e attrici, indossatori e stilisti, e diventeremo solo dei mentecatti.” 18 novembre Game over o dell'assuefazione all'orrore La notizia che vorrei ci stupisse è che uno dei
qualsiasi delitti ai quali siamo abituati, un orrore quotidiano come
quelli che leggiamo ogni giorno riuscisse a suscitare qualcosa di
diverso rispetto allo stanco copione che ci vede inorriditi per pochi
minuti e indignati per un’ora, fuori dall’anestesia generalizzata in
cui siamo sprofondati.
Il magma di immagini e parole che ci inonda ha reso indistinto il messaggio, come la nostra sensibilità, col risultato che ci siamo assuefatti all’orrore, a tutti i piccoli orrori compiuti nel minuscolo ambito familiare ed ai grandi orrori compiuti in giro per il mondo in nome della libertà e della democrazia. L’assuefazione all’infamia ci ha portato ad abituarci ad una malattia che temiamo talmente da preferire non pensarci… Possiamo dedicare l’attenzione a questi fatti solo per pochi istanti; i nostri anticorpi non sono più capaci di debellare ciò che il sistema ci ha contagiato: l’unica capacità reattiva è nel silenzio che nasconde un’evidente comune complicità. E questo lo sappiamo tutti molto bene: invisibile non è solo tutto ciò che non si vede, ma soprattutto ciò che non vuole essere visto. L. 17 agosto Contro ogni stupida guerraContro ogni stupida, inutile guerra. A memoria di Uri Grossman, morto a venti anni in Libano
Uri Grossman era nato il 27 agosto 1985. Avrebbe festeggiato il suo ventunesimo compleanno tra due settimane. Studiava alla scuola sperimentale. Si è arruolato nell’unità corazzata e ha realizzato il suo sogno di diventare comandante di un tank. Stava quasi per essere congedato dall’esercito, a novembre. Avrebbe girato il mondo, poi studiato teatro. Venerdì pomeriggio ha parlato dal Libano con i genitori e la sorella. Era felice che fosse stata presa la decisione del cessate il fuoco. Aveva promesso che avrebbe mangiato a casa il prossimo sabato... Aveva un favoloso senso dell’umorismo e una grande anima piena di vita e di emozione... Questa è l’orazione funebre per Uri Grossman, pronunciata martedì a Gerusalemme dal Padre, David, uno dei più grandi romanzieri israeliani.
Mio caro Uri, sono ormai tre giorni che quasi ogni pensiero comincia con “non”. Non verrà, non parleremo, non rideremo. Non ci sarà più questo ragazzo dallo sguardo ironico e dallo straordinario senso dell’umorismo. Non ci sarà il giovane uomo dalla saggezza molto più profonda di quella dei suoi anni, dal sorriso caloroso, dall’appetito sano. Non ci sarà quella rara combinazione di determinazione e delicatezza. Non ci saranno il suo buon senso e l’assennatezza del suo cuore. Non ci sarà l’infinita tenerezza di Uri e la tranquillità con cui placava ogni tempesta, non vedremo insieme i Simpson o Seinfeld, non ascolteremo con te Johnny Cash e non sentiremo il tuo abbraccio forte e rassicurante. Non ti vedremo camminare e parlare con Yonatan (il fratello maggiore ndr) gesticolando con foga, abbracciare Ruti (la sorella più piccola ndr), a cui volevi tanto bene. Uri, amore mio, per tutta la tua breve vita abbiamo imparato da te. Dalla tua forza e dalla determinazione di seguire la tua strada, anche quando non avevi possibilità di riuscita. Abbiamo seguito stupefatti la tua lotta per essere ammesso al corso di comandanti di tank. Non ti sei arreso ai tuoi superiori, sapevi di poter essere un buon comandante e non eri disposto a dare meno di quanto potevi. E quando l’hai spuntata, ho pensato, ecco un ragazzo che conosce semplicemente e lucidamente le sue possibilità. Senza pretese, senza arroganza. Che non si lascia influenzare da quello che gli altri dicono di lui. Che trova la forza dentro di sé. Sei stato così fin da piccolo. Vivevi in armonia con te stesso e con chi ti stava intorno.Sapevi qual’era il tuo posto, eri consapevole di essere amato, conoscevi i tuoi limiti e le tue virtù. E davvero, dopo aver piegato l’intero esercito, ed esser stato nominato comandante, era chiaro che tipo di comandante e uomo eri. E oggi i tuoi amici e i tuoi subordinati raccontano del comandante e dell’amico, di quello che si alzava per primo per organizzare tutto e che si coricava solo dopo che gli altri già dormivano. E ieri, a mezzanotte, ho guardato la casa, che era piuttosto in disordine dopo che centinaia di persone sono venute a farci visita, a consolarci, e ho detto, eh si, adesso ci vorrebbe Uri per aiutare a sistemare. Eri il “sinistroide” del tuo battaglione, ma eri rispettato,, perché mantenevi le tue posizioni senza rinunciare ai tuoi doveri militari. Ricordo che mi hai raccontato della tua “politica dei posti di blocco” perché anche tu eri stato non poco ai posti di blocco. Dicevi che se c’era un bambino nell’auto che avevi fermato, innanzi tutto cercavi di tranquillizzarlo e di farlo ridere. E ricordavi a te stesso che quel bambino aveva più o meno l’età di Ruti e quanta paura aveva di te e quanto ti odiava, e a ragione. Eppure facevi di tutto per rendergli più facili quei momenti tremendi, compiendo al tempo stesso il tuo dovere, senza compromessi. Quando sei partito per il Libano la mamma ha detto che la cosa che temeva di più era la tua “sindrome di Elifelet”. Avevamo molta paura che, come l’Elifelet della canzone, anche tu saresti corso dritto in mezzo al fuoco per salvare un ferito, che saresti stato il primo ad offrirti volontario per portare il rifornimento-di-munizioni-esaurite-da-tempo. E lassù, in Libano, in quella dura guerra, ti saresti comportato come hai fatto per tutta la vita, a casa, a scuola e durante il servizio militare, offrendoti di rinunciare a una licenza perché un altro soldato aveva più bisogno di te, o perché a casa di quell’altro c’era una situazione più difficile. Eri per me figlio e amico. Ed era lo stesso per mamma. La nostra anima è legata alla tua. Vivevi in pace con te stesso, eri una persona con cui è bello stare. Non sono nemmeno capace di dire ad alta voce quanto tu fossi per me qualcuno con cui correre. Ogni qualvolta arrivavi in licenza dicevi: vieni, papà, parliamo. Di solito andavamo a un ristorante, a sedere e a parlare. Mi raccontavi così tanto, Uri, ed ero orgoglioso di avere l’onore di essere il tuo confidente, che uno come te avesse scelto me. Ricordo quanto fossi indeciso una volta se punire un soldato in seguito a un’infrazione disciplinare. Quanto per te quella decisione fosse sofferta perché avrebbe scatenato la rabbia dei tuoi sottoposti e degli altri comandanti, molto più indulgenti di te riguardo a certe infrazioni. E infatti, punire quel soldato ti è costato molto da un punto di vista dei rapporti umani ma proprio quell’episodio si è trasformato in una delle storie cardinali dell’intero battaglione, che ha stabilito certe norme di comportamento e di rispetto delle regole. E nella tua ultima licenza mi hai raccontato, con un timido orgoglio, che il comandante del battaglione, durante una conversazione con alcuni nuovi ufficiali, ha portato la tua decisione come esempio di un giusto comportamento del comandante. Hai illuminato la nostra vita, Uri. Io e la mamma ti abbiamo cresciuto con amore. Era così facile volerti bene, con tutto il cuore, e so anche che tu sei stato bene. Che la tua breve vita è stata bella. Spero di essere stato un padre degno di un figlio come te. Ma so che essere il figlio di Michal (la moglie di David Grossman ndr) vuol dire crescere con generosità, grazia e amore infiniti, e tu hai ricevuto tutto questo. Lo hai ricevuto in abbondanza, e hai saputo apprezzarlo, hai saputo ringraziare, e niente di quello che hai ricevuto era scontato per te. In questo momento non dico nulla della guerra in cui sei rimasto ucciso. Noi, la nostra famiglia, l’abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall’amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo. E che io ringrazio per l’illimitato sostegno. Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. E’ forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare. Vorrei che potessimo essere più sensibili gli uni nei confronti degli altri. Che potessimo salvare noi stessi ora, proprio all’ultimo momento, perché ci attendono tempi durissimi. Vorrei dire ancora qualche parola. Uri era un ragazzo molto israeliano. Anche il suo nome è molto israeliano, ebreo. Uri era il compendio dell’israelianità come io la vorrei vedere. Un’israelianità ormai quasi dimenticata. Spesso considerata alla stregua di una curiosità. Talvolta, guardandolo, pensavo che fosse un ragazzo un po’ anacronistico. Lui e Yonatan e Ruti. Bambini degli anni cinquanta. Uri con la sua totale onestà e il suo assumersi la responsabilità per tutto quello che gli succedeva intorno. Uri sempre in “prima fila”, su cui poter contare. Uri con la sua profonda sensibilità verso ogni sofferenza, ogni torto. E capace di compassione. Una parola che mi faceva pensare a lui ogni qualvolta mi veniva in mente. Era un ragazzo con dei valori, parola molto logorata e schernita negli ultimi anni. Nel nostro mondo a pezzi e crudele e cinico non è “tosto” avere dei valori. O essere umani. O sensibili al malessere del prossimo, anche se quel prossimo è il tuo nemico sul campo di battaglia. Ma io ho imparato da Uri che si può e si deve essere sia l’uno che l’altro. Che dobbiamo difendere noi stessi e la nostra anima. Insistere a preservarla dalla tentazione della forza e dei pensieri semplicistici, dalla deturpazione del cinismo, dalla volgarità del cuore e dal disprezzo degli altri, che sono la vera, grande maledizione di chi vive in un area di tragedia come la nostra. Uri aveva semplicemente il coraggio di essere se stesso, sempre, in ogni situazione, di trovare la sua voce precisa in tutto ciò che diceva o faceva, ed era questo a proteggerlo dalla contaminazione, dalla deturpazione e dal degrado dell’anima. Uri era anche un ragazzo buffo, incredibilmente divertente e sagace ed è impossibile parlare di lui senza riportare alcune sue “trovate”. Per esempio, quando aveva tredici anni, gli dissi: immagina che tu ed i tuoi figli un giorno potrete recarvi nello spazio come oggi si va in Europa. E lui rispose sorridendo: “Lo spazio non mi attira molto, si può trovare tutto sulla terra”. O un’altra volta, mentre viaggiavamo in automobile, io e Michal parlavamo di un nuovo libro che aveva suscitato molto interesse e nominavamo scrittori e critici. Uri, che allora aveva nove anni, ci richiamò dal sedile posteriore: “Ehi, voi, elitisti, vi prego di notare che qui dietro c’è un piccolo sempliciotto che non capisce niente di quello che dite!”. O per esempio Uri, a cui piacevano molto i fichi, con un fico secco in mano: “Di un po’, i fichi secchi sono quelli che hanno commesso peccato nella loro vita precedente?”. O ancora una volta che ero indeciso se accettare un invito in Giappone: “Come puoi non andare? Sai cosa vuol dire essere nell’unico Paese in cui non ci sono turisti giapponesi?” Cari amici, nella notte tra sabato e domenica, alle tre meno venti, hanno suonato alla nostra porta. Al citofono hanno detto di essere “gli ufficiali civici”. Sono andato ad aprire e ho pensato, ecco, la vita è finita. Ma cinque ore dopo, quando io e Michal siamo entrati nella camera di Ruti e l’abbiamo svegliata per darle la terribile notizia, Ruti, dopo il primo pianto ha detto: “Ma noi vivremo, è vero? Vivremo come prima? Io voglio continuare a cantare nel coro, a ridere come sempre, a imparare a suonare la chitarra”. Noi l’abbiamo abbracciata e le abbiamo detto che vivremo. E Ruti ha anche detto: “che terzetto stupendo eravamo Yonatan, Uri ed io”. E siete davvero stupendi. E anche le coppie all’interno del terzetto. Yonatan, tu e Uri non eravate solo fratelli, ma amici nel cuore e nell’anima. Avevate un mondo vostro ed un vostro linguaggio privato ed un vostro senso dell’umorismo. Ruti, Uri ti voleva un bene dell’anima. Con quanta tenerezza si rivolgeva a te. Ricordo la sua ultima telefonata, dopo aver espresso la sua felicità per la proclamazione all’Onu del cessate il fuoco, ha insistito per parlare con te. E tu hai pianto, dopo. Come se già sapessi. La nostra vita non è finita. Abbiamo solo subito un colpo durissimo. Troveremo la forza per sopportarlo dentro di noi, nel nostro stare insieme, io, Michal e i nostri figli e anche il nonno e le nonne, che amavano Uri con tutto il cuore – “Neshuma”, lo chiamavano, perché era tutto Neshamà, anima – e gli zii e i cugini e tutti i numerosi amici della scuola e dell’esercito che ci seguono con apprensione e affetto. E troveremo la forza anche in Uri. Aveva forze che ci basteranno per tantissimi anni. La luce che proiettava – di vita, di vigore, di innocenza e di amore – era tanto intensa che continuerà ad illuminarci anche dopo che l’astro che la produceva si è spento. Amore nostro, abbiamo avuto il grande privilegio di stare con te. Grazie per ogni momento che sei stato con noi.
Papà, mamma, Yonatan e Ruti 10 luglio ParoleLetto sul web
Vestire i nostri discorsi con abiti pomposi che volteggiano senza meta e non sfiorano mai il cuore, ha un senso? Incollare le une alle altre parole svuotate di significato per la cui comprensione occorrerebbero ore e camicie zuppe di riflessione, ha un senso?
Chissà che non accada un giorno che la donna cui avremo detto : "sono stelle che guidano il mio cammino quegli occhi in cui si specchia la mia anima, ed è sabbia fine di deserto quella tua pelle che riscalda il mio desiderio d'averti", ci abbandoni per un uomo che, baciandola, le avrà detto semplicemente: "Ti amo!". 05 luglio ParoleL'avevo rivisto appena due giorni prima.
Si era alzato da poco dal letto ed aveva il viso un po' gonfio. Si era seduto sulla sedia. Aveva poggiato il viso sulle braccia continuando a sonnecchiare. Due giorni dopo era domenica. Lei mi disse: "Entra nella stanza e vedi cos'ha. E' l'una ed ancora non esce, digli che è pronto in tavola". Entrai. Era disteso nel letto, coperto fino al mento. Mi avvicinai. Rantolava. Gli chiesi cosa si sentisse. Mi rispose con un filo di voce: "aiutami a vestirmi". Alzai la coperta e scoprii che sotto era nudo. Mentre lo vestivo dissi a mio fratello di chiamare subito un'ambulanza. Non poteva reggersi in piedi. Lo dovemmo scendere sulla barella percorrendo i quattro piani di scale. Le sue urla coprivano le nostre voci. Salii con lui in ambulanza. Gemeva e si contorceva per quanto il dolore glielo permettesse. Non potevo dargli aiuto, non avevo idea di cosa avesse. Superò la fila di persone che era a turno al pronto soccorso. Gli somministrarono un sedativo e dopo circa venti minuti un medico di turno ipotizzò la rottura di un aneurisma all'aorta, ma l'ospedale non aveva alcun reparto di chirurgia vascolare. Risalimmo in ambulanza e ci dirigemmo in un altro ospedale. Il medico di turno disse che doveva andare subito in sala operatoria. Quella fu l'ultima volta che vidi vivo mio padre. Per un lungo periodo sono andato al cimitero. Portavo dei fiori, ripulivo la tomba. Pregavo. Qualche volta gli raccontavo di me. Gli rimproveravo di non venirmi mai a trovare in sogno. Nel silenzio sentivo solo il mio bisbigliare. Mi sentivo ridicolo. La notte piangevo. Non riuscivo a dormire. Sentivo le sue urla. Rivivevo la mia impotenza mentre lo accarezzavo in ambulanza. Avevo fatto incorniciare tutte le sue foto più belle ed avevo stampato a mie spese gli appunti della sua vita, che erano divenuti un piccolo libro di memorie. Avevo il culto dei suoi oggetti. Mi stavo ammalando. Non ho avuto bisogno di alcun medico specialista. Ne sono uscito da solo. La morte da allora mi fa meno paura. La morte di mio padre non è più una ricorrenza. 27 dicembre Organizzazione e comunicazioneOrganizzazione e comunicazioneLa qualità dei successi professionali di tutte le organizzazioni trova energia vitale nell’esistenza di persone, a qualunque livello della scala gerarchica, capaci di apportare idee innovative, stimolando i cambiamenti, allo scopo di generare un dinamismo che sia fonte di un continuo miglioramento.
Lo spirito innovativo è però insufficiente, o viene vanificato negli sforzi di generare cambiamenti, in assenza della forza persuasiva della comunicazione.
La comunicazione è la linfa vitale di ogni organizzazione e di ogni azienda. E’ lo strumento grazie al quale si realizzano i progetti, instaurando e mantenendo i rapporti con tutti coloro dai quali dipendono l’esistenza, lo sviluppo ed il raggiungimento degli obiettivi.
Modalità di comunicazione carenti o inadeguate possono compromettere la qualità del lavoro, rallentare l’assunzione di decisioni, demotivare il personale, impedire la conoscenza e la condivisione degli obiettivi comuni.
In tale contesto il ruolo fondamentale nel favorire, potenziare e ottimizzare il processo di comunicazione, è ricoperto da quelle figure professionali, cui si attesta la responsabilità di applicare tecniche e metodi utili al miglioramento sia i rapporti interni che delle relazioni esterne.
Nell’ambito delle relazioni con, e tra, il personale si osserva spesso l’assenza di una cultura collaborativa tra le differenti unità (intese sia come singoli individui, che come gruppi di lavoro), realizzabile sia attraverso il riconoscimento delle reciproche competenze, sia mediante la valorizzazione delle opportunità di confronto.
Altrettanto carente è la cultura della leadership, mirante ad utilizzare produttivamente tutto il potenziale che ogni individuo, membro di un gruppo di lavoro, può manifestare, incentivando riconoscimenti ed apprezzamenti a supporto del maggiore talento.
Formare i propri collaboratori non vuol dire esclusivamente consentire che gli stessi frequentino corsi di aggiornamento professionale, ma stimolare lo sviluppo della stima di se, del sentimento di autoefficacia, della motivazione nel lavoro, valorizzando le differenze come parte integrante di un progetto comune, mirante al raggiungimento di identici obiettivi.
Formare il personale vuol dire quindi creare un clima organizzativo che permetta alle individualità di emergere, minimizzando od abolendo le dinamiche distruttive che tendono a sabotare l’unità del gruppo.
Fondamentale risulta quindi esser sempre consapevoli del proprio obiettivo, e degli obiettivi comuni, al fine di raggiungere il miglior livello di automotivazione.
Basta una persona sbagliata in una funzione chiave di sviluppo per l’organizzazione per bloccare il lavoro di decine e decine di altre persone, per rendere l’obiettivo irraggiungibile, per demotivare subordinati, per sprecare i soldi. I costi di un “fusibile umano” non funzionante nella struttura aziendale possono essere elevatissimi. Possono essere addirittura cento o mille volte più grandi della retribuzione pagata a tale persona.
In conclusione dove l’organizzazione è la componente fondamentale di tutte le società contemporanee, la comunicazione ne rappresenta la linfa vitale, l’essenza determinante che consente alle stesse società di esistere.
Ignorare l’esigenza di questi fattori vuol dire pregiudicare ogni potenziale risorsa, spesso vanificando la riuscita di qualsiasi ambizioso progetto.
24 dicembre Buon NataleLettere a Babbo NataleC'è un sito dove vengono pubblicate le lettere a Babbo Natale. L'indirizzo è questo qui: http://www.babbonatale.biz/lettere.htm
Eccone una che ho copiato dalle loro pagine. “Carissimo Babbo Natale, non so se riuscirai mai a leggere o a pubblicare questa sottospecie di lettera, io però ci provo, perchè ho imparato che nella vita bisogna tentare!
Mi chiamo Silvia, ho 22anni e ti scrivo dalla Sicilia. Innanzitutto vorrei chiederti se tu hai bisogno di qualcosa, perchè sarebbe bello poter accontentare anke te una volta l'anno!
Adesso arriviamo a Me, a cio che vorrei... Volere e potere, giusto?.. ma non sempre si può!...
Come ho detto prima io ci provo sempre, ma purtroppo, forse son io il problema, perchè ho sempre fallito. perciò mi ritrovo senza un lavoro sicuro, con un amore finito che mi fa ancora star male e senza gente calorosa attorno.
Vorrei piu amore, piu sicurezza, piu certezze.. è una vita di prese in giro e pianti e sinceramente sono stanca. stanca di tutto, dei pianti, delle guerre, dei litigi, delle discriminazioni e dei canoni...
Vorrei Vivere in un mondo a colori.. e non sopravvivere. nell'attesa che qualcosa cambi ti auguro un Buon Natale.. anche se penso che.. "O è natale tutti i giorni, o non è natale mai!"... un abbraccio forte... da una bambina che non è mai cresciuta..."
Buon Natale a tutte le persone che,nonostante ciò che gli succede,hanno sempre l'anima a colori
Luigi 05 ottobre I quadrati magiciI quadrati magici
Una antica leggenda cinese fa risalire in tempi molto lontani la nascita dei quadrati magici: diagrammi numerici che per le loro straordinarie proprietà di simmetria facevano pensare a oggetti sopranaturali. La leggenda, che risale almeno al quinto secolo avanti Cristo, racconta che l'imperatore e ingegnere cinese Yu il grande fu aiutato a governare da due animali sopranaturali emersi dalle acque dei fiumi che solo lui aveva saputo controllare. Il primo animale fu un cavallo-drago nato dalle acque del Fiume Giallo che gli regalò il Ho Thu (il diagramma del Fiume) scritto in caratteri verdi, mentre il secondo, uscito dal Fiume Lo, era una tartaruga che gli regalò il Lo Shu (il diagramma del fiume Lo) scritto in rosso. Questi diagrammi si ritrovano nei libri di divinazione I Ching arrivati fino a noi. In particolare il Lo Shu assume la forma che corrisponde al diagramma
dove se sommiamo i numeri sulle righe, sulle colonne o sulle diagonali troviamo sempre il numero 15.
In generale un quadrato magico 3x3 è un diagramma contenete 9 numeri disposti su tre righe (e tre colonne) in modo che la somma dei numeri su ogni riga, ogni colonna e ogni diagonale sia costante. Come le progressioni, anche i quadrati magici possono sommarsi tra loro sommando i termini che occupano lo stesso posto: il risultato di questa operazione conduce ancora, come è facile verificare, ad un nuovo quadrato magico. Possiamo anche definire, in modo naturale, il prodotto di un quadrato magico per uno scalare a: tale prodotto si otterrà moltiplicando ogni elemento per il numero a. Ancora il risultato di questa operazione è ancora un quadrato magico. Queste due operazioni ci permettono, a partire da qualche esempio di costruire infiniti altri quadrati magici. Partendo da quello cinese, e moltiplicandolo per 2 troviamo un nuovo quadrato magico
Infiniti altri possono essere costruiti moltiplicando il quadrato cinese per un qualunque numero
Esiste anche un celebre quadrato magico 4x4 raffigurato in un quadro Melancolia del pittore fiammingo rinascimentale Albrecht Durer
Sotto la campana è scolpito sul muro il quadrato
In questo caso la somma dei numeri sulle righe le colonne e le diagonali fa sempre 34. I numeri 15, 14 sull'ultima riga indicano la data nella quale è stato realizzato il quadro: ovvero nell’anno 1514.
28 settembre Gli inconsolabili “Gli inconsolabili” non è solo il titolo del libro dello scrittore anglo-giapponese Kazuo Ishiguro (Einaudi), ma è un atteggiamento mentale che ho incrociato molte volte nella mia vita.
Recentemente ho letto queste affermazioni in un blog che, volutamente, non pubblicizzo:
“Sono caduto vittima dei moralisti, mio malgrado. Il moralista è l’idiota incoronato da sé, è la vergine dei dieci minuti, il cacasenno in cimbali che scopre la stessa luna di Ciaula e la deve condividere a costo della vita. L’altrui approvazione è la migliore cipria per la sua esistenza infame, e un tozzo di consenso non è difficile da mendicare. Si dice che, prima di essere seppelliti, dovranno pur vivere. Vivano, dunque: e da una fortezza di cartapesta rompano pure i coglioni, ma a piccole rate. Non qui. Non adesso. Mai più. (…) Noi che scriviamo; gli inconsolabili, i discoli dell’esistenza che vorrebbero sempre di più e non fanno altro che distribuire a piene mani l’umore nero in cui impegnano l’opera di una vita. Non c’è niente che non sia qui, ed anche qui non c’è di che dichiararsi soddisfatti. Un uomo può sperare nel dopo tanto quanto un elefante può promettere di volare tenendosi appeso alle proprie orecchie. Nulla lo vieta. Il sangue è bevuto: seguiranno altri morti, altre cronache addolorate, altre lacrime nel gocciolatoio; i solenni fasti di una marcia funebre, un mucchio di parole su un mucchio di ossa. Gloria all’antico potere: dimenticare per vivere. Ecco il velo, era uno straccio.”
Devo dire che se c’è una cosa che mi “rompe veramente i coglioni” per usare un termine dell’innominato autore del brano che ho riportato, è il pessimismo come stile di vita, la gente che si piange addosso, che non riesce a guarire dalla comoda posizione di chi ama solo “ricevere” consolazione, travestendo il dolore (a volte vero, a volte patetico), con l’incapacità congenita di “dare”. La vita è movimento, buona volontà, darsi da fare, semplificare, capire, organizzare, risolvere (o almeno provarci), crescere. Si può portare in braccio una persona che improvvisamente si dichiara paralitica, anche se non lo è, e glielo dici, spiegandoti, mostrandogli il reale aspetto di migliaia di persone “veramente paralitiche” di cui non si accorge, voltando il lacrimevole sguardo altrove? Per quanto tempo è umano, e lecito, condurre questo peso? O è meglio lasciar cadere la zavorra affinché l’urto, ed il dolore che ne consegue, gli facciano capire cos’è la vera sofferenza?27 settembre C'era una volta......, anzi c'è ancoraC’era una volta, anzi c’è ancora, una bella persona senza età, che ogni mattina si ripeteva allo specchio: “basta”.
Non parlava a nessuno, ormai da tempo, delle onde che si muovevano nella tempesta del suo cuore, ma vedeva, giorno dopo giorno l’immagine riflessa di se, stazionare in un anonimo pianerottolo.
Da quella prospettiva poteva osservare, senza esser vista, gli innumerevoli volti di persone che salivano e scendevano le scale di quel gigantesco condominio in cui viveva, talmente enorme, almeno così lo immaginava, da far mancare il respiro al pensiero della sua vastità.
In questo sentire, pur avvertendo di esser nulla in quell’immensità di luoghi e persone, si ripeteva che doveva scoprire la strada che le avrebbe consentito di ricongiungersi a se stessa, ritrovando, al fine, quella parte del suo essere che sembrava smarrita, resa invisibile dall’altrui indifferenza.
Quando, tanti anni prima, era accaduto che il suono dell’anima uscisse dalla sua bocca, in risposta migliaia di occhi l’avevano scrutata, con fare interrogativo, come a chiederle quale fosse il motivo per cui provasse a sovvertire l’ordine delle cose. Era quello il suo posto: un pianerottolo minimalista arredato dal vuoto di un semplice ed unico specchio.
Finché un giorno, la nostra bella persona, stanca di guardare, di porre domande che ritornavano, identiche, rimbalzando sulle pareti, disse ancora una volta: “basta”.
E fu l’ultima volta che lo disse.
Prese tutto il coraggio che aveva nascosto gelosamente nel suo cassetto più recondito, ed imboccò le scale che, per tanti anni, aveva veduto percorrere ad altri.
Non sappiamo se decise di salire o scendere.
Sappiamo però che raggiunse l’uscita e, quando fu fuori, finalmente illuminata da quella luce che non aveva mai visto così forte, vivida, purificata da estranei filtri, si girò a guardare l’enorme condominio dove aveva vissuto per tanti anni.
Con grande stupore e indescrivibile meraviglia si accorse che dietro di se non aveva nulla, che quel condominio non esisteva. Al suo cospetto solo uno spazio infinito.
Fu allora che incominciò a correre.
C’era una volta, anzi c’è ancora, una bella persona senza età.
Non sappiamo più dove si trovi, ma certamente ha riacquistato la sua libertà. 23 settembre Se dopo la morte fosse come il web…Ho ricevuto una mail anonima con questo piccolo racconto. Lo metto qui, sperando che l'autore si faccia sentire... Il suo primo pc fu un 8086 della Amstrad con 105 Mb di hard disk. Anche se sorrideva al ricordo dei suoi primi smanettamenti su quella piccola caffettiera, con una capacità totale pari ad un sesto di un comune cd-rom, ricordò di come si divertiva a nascondersi dentro quello che, allora, era un buon computer.. L’abbonamento ad internet si doveva pagare, anche utilizzando un comune modem a 56k. Il suo indirizzo di posta lo ricordava ancora: Barney@iol.it. IOL stava per Italia on line, succursale dell’AOL, ovvero della ben più famosa America on line. Anche se sembrava fossero passati secoli non rammentò di avere mai conosciuto, nella vita reale, una delle migliaia di persone incrociate nella rete. A quei tempi, passava serate intere a discutere nelle prime chat, che si presentavano come veri luoghi di nicchia: si divertiva e rideva tantissimo, anche da solo, certe sere, pur non essendo ubriaco. Entrava ed usciva in continuazione da quei luoghi di incontro: uomo, donna, anziano, bambino. In questa miscela di ruoli diversi colpiva a casaccio nel tentativo di studiare e capire l’animo umano. Ed allora quando era Deborah, con l’h ben in evidenza, decine di maschietti si proponevano, teneri, ridicoli, deboli, indecenti. E lui li studiava come si fa con gli insetti. E rideva, rideva, rideva. Si spogliava poco dopo, per rivestirsi da Ercole, camionista con bypass, ma nessuno naturalmente se lo filava. Era così che andava: gli uomini, allora, provavano a rimorchiare, anche virtualmente, chiunque avesse sembianze femminili, fosse pure un Drago fatto di LSD con il nome Samantha. Pensò alla sera prima: una donna conosciuta sul web aveva insistentemente chiesto di parlargli al telefono. Voleva fargli capire qualcosa, aveva detto, qualcosa che lui, forse, aveva già compreso benissimo. Rifiutò, a malincuore, motivando col fatto che non trovava alcuna necessità che parole lette, si trasformassero in parole udite. In realtà questo non era il vero motivo, ma la ragione, quella vera, non poteva dirla a nessuno. La sussurrava a se stesso nelle sere di pioggia, quando i lampi squarciavano il cielo. E pensava, in quelle sere tempestose, a quello che aveva sempre creduto: che la morte conducesse verso lidi in cui le anime, cieche talpe, potessero sfiorarsi così come nel web, sussurrandosi parole dal leggero tocco, come una carezza. 14 settembre BlogE’ possibile per me, forse solamente adesso, tirare le somme circa la rilevanza, in termini di interesse, che un blog può avere nei lettori che, per abitudine, o per caso, si trovano a passare dalle pagine di chi scrive. Per la verità, una considerazione del genere mi era stata già richiesta dal mio amico Laurent, ma non sentivo, in quel momento, di poter dare una risposta pregna di convincimento. Chi ha, nel tempo, visto le cose che ho messo on-line si è reso conto di come abbia spaziato nel gioco della comunicazione. Fotografie, vignette, brani di romanzi, articoli di saggistica di altri autori, appunti. Il blog segue le stesse regole di un quotidiano. Partendo dal presupposto che la quasi totalità dei lettori non ha una gran quantità di tempo da dedicare alla lettura da monitor e che trova davanti a se infiniti quotidiani-blog deve, gioco-forza, sfogliare le pagine velocemente così come farebbe con i giornali, per soffermarsi solamente a leggere “pienamente”: - ciò che è stato scritto da una persona che interessa al lettore prescindendo dai contenuti del brano (ovvero io leggo non per ciò che è scritto, ma per comprendere chi è e com’è l’autore, oppure se gli sono amico/a); - ciò che rientra casualmente nella sfera temporanea di interesse del lettore (se parlo di problemi alla prostata solamente gli uomini che vivono gli stessi problemi degneranno di una lettura il brano); Altra rilevanza hanno invece i post di immediata lettura come piccoli brani (nei limiti delle 15 righe) o immagini ad effetto capaci di parlare da sole. In questi casi i lettori, secondo gli identici meccanismi che vivono nelle regole di marketing pubblicitario, riescono ad essere raggiunti dal messaggio dell’autore senza che venga loro richiesto uno sforzo superiore a ciò che possono dare. Il recepimento è quasi immediato o immediato. A differenza dai quotidiani, la possibilità data dai blog di interagire in tempo reale con l’autore, non viene da tutti accettata. Salvo la considerazione per l’autore e/o la visibilità che ne scaturisce. Se andate a vedere il blog di Beppe Grillo, vi accorgete che l’autore, pur trattando argomenti identici, e qualitativamente equivalenti a quelli rinvenibili in altri blog, trova centinaia di persone che lo seguono ogni giorno e che scrivono con partecipazione le proprie opinioni. Questo aspetto non è irrilevante perché denota, se mai ci fosse bisogno di sottolinearlo, come l’autorevolezza (e non l’autorità) di colui che scrive sia fondamentale, anche se questa non sia frutto di espressioni di cultura, ma il parto di ciò che i mass-media e/o la critica ufficiale creano. La regola è identica a quella che ha evidenziato Laurent nelle sue pagine, parlando della quantità spropositata di libri pubblicati e delle scelte dei lettori. In questo post, che vi invito a leggere a questo indirizzo http://scriptorius.blog.kataweb.it/scriptorius/2005/09/il_cliente_ha_s.html l’autore scrive “un libro rimane il tempo necessario per essere notato ma solamente se la casa editrice e l’autore sono degni di menzione… l’insalata rimane sul banco di un fruttivendolo per maggior tempo che non un buon libro. Il lettore attento, quello con la L maiuscola, non è colui che spulcia tra i cataloghi di un sito internet, ma colui che sosta nel mondo fantastico che si chiama libreria, sfogliando, guardando, immergendo il naso, leggendo le prime righe, leggendo le ultime righe, acquisendo informazioni sul significato di quel testo, assaporandolo, assangiandolo e comprandolo solamente se il toccare quelle pagine ha lasciato un brivido d’emozione.” Ma, come sappiamo bene, i lettori con la L maiuscola sono forse solo quelli che alla sera spengono la tv e, oggi, sono merce rara. Sarebbe interessante analizzarne in dettaglio i motivi, ma credo siano talmente tanti che renderebbero questo post ancora più illeggibile di quanto non lo sia stato fino ad ora.01 settembre A presto, appena potrò...A presto, appena potrò…Sto per partire, ma non di testa, come direbbe Jenny, ma per un piccolo viaggio.
Andrò a Lourdes, in Francia, a condividere il dolore.
Chi lo ha già saputo mi ha apostrofato dicendo che non serve andare in Francia per condividere il dolore.
Lo so.
Ma io sarò un accompagnatore e, in quanto tale, non sono stato io a scegliere la meta.
Anche se conosco un po’ la Francia, essendo stato già cinque volte, (sei con questa), non conosco la città di Lourdes, ma conosco l’Atlantico e le coste che si lasciano accarezzare, ed il vento che ti scompiglia le idee.
Sicuramente pregherò e lo farò anche per gli amici che hanno scelto di non credere, per una serie di pirana che hanno costellato la mia vita da un anno a questa parte e per ringraziare Dio di esserci stato quando la persona che accompagno a Lourdes stava per andarsene. E’ ancora qui con me, a condividere “i nostri ritorni a casa, ubriachi o feriti”.
Spero in questi giorni di poter continuare a leggervi ed a scrivere. Vedremo se così sarà.
Restate allegri in questi giorni, mi raccomando… Io i sorrisi non li ho mai dovuti pagare…
A presto
Luigi Postato da: Luigi a 12:47 |30 agosto Fatevi regalare un sognoI DONATORI DI SOGNIDobbiamo voler bene alle persone che regalano sogni, perché le fantasie ci permettono di pensare ad un mondo che non è visibile e che regala un significato al futuro.
La vita senza sogni si appiattisce sul presente, diventa così vicina da perdere significato, non permette rivalsa, rabbia e perdono, non permette la dinamica dell'amore, la soluzione dei conflitti, la ricerca di nuove strade.
Spesso i narratori, i seduttori, gli amanti, i genitori quando siamo piccoli, gli amici del cuore nell'adolescenza, tutti quelli che nel tempo ci regalano fantasie, possono deluderci, perché la loro capacità di illusioni ci ha portato lontano, come Icaro in volo, sempre più in alto, contagiati dall'ebbrezza del volo e sempre più distratti dai saggi consigli della razionalità.
Ma i sognatori e le loro illusioni sono come i folletti e le fate, permettono di vedere la magia delle cose, la loro infinita capacità di trasformazione, il disegno del cuore e delle emozioni, la complessità dell'amore e la sua capacità di rompere le consuetudini e di creare nuove trame.
Da piccoli le favole raccontate dai genitori, i personaggi dei cartoni animati diventano vicini, a volte indispensabili; quando si diventa più grandi le illusioni si distribuiscono su settori diversi: dal desiderio di successo e di potere, al sogno romantico, alle fantasie sessuali di incontri magici.
Liberare e coltivare i sogni è un’arte che dobbiamo portare con noi, rubare all'infanzia, per non perdere la possibilità di guardare al futuro come un obiettivo denso di promesse e di storie e al presente come una dimensione in continuo cambiamento.
E' bello incontrare i narratori di sogni, quelli che guardano oltre il confine delle cose concrete, che hanno fiducia nelle parole.
Spesso i sogni possono essere prodotti quando siamo svegli, sono progetti e illusioni, sono trame che si intrecciano e si disperdono.
Se non abbiamo troppa paura delle delusioni, dobbiamo amare i donatori di sogni perché conservano l'animo dei bambini, perché sono in sintonia con il cuore, perché sperano sempre che la delusione non uccida la loro fantasia e la capacità di sognare possa fare da scudo nei confronti del dolore. Postato da: Luigi a 9:31|20 agosto Ansia di padreLo mando a zappare?Oggi mio figlio è a Taormina per vedere i Cure in concerto al Teatro Antico. L’ho chiamato un paio di volte. Temevo avesse difficoltà a prendere i biglietti pagati tramite internet. Mi ha rassicurato. “Sai – ha aggiunto – già mi hanno chiesto un autografo” “A te?”
“Si, sarà per via dei capelli o del trucco, mi hanno chiesto se suonavo per la band” “Capelli? Trucco? Non ti sarai mica combinato…?”
“Tranquillo papà… non ho ancora il rossetto, ma forse lo metto stasera… Ieri mi ha visto la mamma e mi ha detto che sono mostruoso, ma non capiva che stavo solo provando a vedere l’effetto che fa…”
Faccio finta di niente o lo spedisco a zappare? Postato da: Luigi a 17:06 |16 agosto Dialogo con MartinaParli sempre di sopravvivenza quando definisci lo scorrere delle tue giornate.
Eppure coloro che realmente sopravvivono sono i diseredati, quelli che vengono perseguiti per le loro idee, chi stà in prigione privato della libertà, gli abitanti delle favelas brasiliane, le mamme che vedono i propri figli morire di fame o di aids, chi non ha possibilità di studiare o emigrare e vorrebbe cambiare la propria vita, avere un futuro, continuare a sperare, ma non può...
Questa è la sopravvivenza.
La tua sofferenza interiore ha un altro nome ed altri padri. E' il male che colpisce la quasi totalità delle persone che vivono nell'occidente ricco o nel nord del mondo.
Hai mai visto qualche documentario girato nei più sperduti villaggi della terra dove bimbi scalzi e ridenti rincorrono un auto o un camion mentre l'operatore li riprende? Hai colto la luce dei loro occhi?
Ti immagino che dici a te stessa "che cazzo ci ridi te, che hai le pezze nel culo, piccolo morto di fame senza presente e senza avvenire?"
Pur non avendo nulla di ciò che tu hai, e di cui non ti accorgi, quei bambini sorridono alla vita. Gioiscono per la semplice ragione che esistono, che possono respirare e correre, senza vivere una sofferenza che ben conoscono nella sua maestosa drammaticità.
Nel film "viaggio a Kandahar" c'è una sequenza in cui una serie di giovani uomini gareggiano nel deserto per raggiungere un pacco lanciato da un aereo in prossimità dell'ospedale da campo che li accudisce. Tutti hanno le stampelle, chi una e chi due. E pur senza gambe corrono, corrono, corrono... inseguendo la speranza.
Ed allora ti chiedo. Qual'è la tua speranza oggi? Cosa vorresti avere che non hai? Cos'è che ti fa soffrire così tanto da non riuscire a dominare quel "male oscuro" che staziona nelle tue viscere?
Quando ero bambina vivevo appagata dall'amore che avevo. C'erano papà, mamma, mio fratello piccolo, i compagni di scuola: loro erano le mie certezze,il mio mondo, l'unico che conoscevo. Adesso tutto questo non mi basta più. Sento che il tempo passa, lo sento. E cresce in me la sensazione che questo scorrere di ore, di giorni, sia perfettamente inutile, come per altro mi sento io. Sono passata dalla falsa consapevolezza infantile di vivere, ed essere, al centro del mondo, all'adulta rassegnazione di non esistere, goccia in un mare di miliardi di persone che, come me, non esistono.
Ho capito la morte, se è così che la vuoi mettere. Ho metabolizzato lo scorrere del tempo e l'inutilità delle mie azioni. Vorrei che tutto ciò che faccio ogni maledetto giorno in cui apro gli occhi, per ripetere le identiche cose, avesse un fine. Vorrei che restasse di me qualcosa, una traccia. Vorrei che qualcuno rivedendo quella traccia si ricordasse della mia esistenza, legittimadola, dando a lei, ed a me stessa, delle ragioni che non trovo.
Ed allora mi viene da chiederti: conosci nessuno che vive senza avere gli stessi problemi che hai tu? Cioè mi puoi fare un esempio di una persona la cui esistenza, così per come scorre, non è costellata da identici problemi?
Mi viene in mente Vasco. E non stò pensando a lui perché è il mio cantante preferito, almeno non solo per quello. Lui scrive canzoni, e nelle sue parole c'è un messaggio che viene raccolto ogni giorno da migliaia di giovani, che nei posti più sperduti le ripetono, le riscrivono, le elaborano. Vasco resterà immortale per questo, c'è una ragione nel suo vivere...
E se ti chiedessi: fra Vasco ed il giudice Falcone, che come ricorderai è stato assassinato dalla mafia nel 1992, chi ha, o ha avuto, più motivazioni nella propria esistenza?
Nel 1992 avevo sei anni, non ho ricordi dell'omicidio di Falcone. Ne abbiamo parlato a scuola. Penso che anche il giudice Falcone credeva in ciò che faceva, perché in caso contrario sarebbe stato uno stupido e non lo era. Credo però che abbia commesso degli errori. Nel senso che la vita è una, almeno così la penso io, e dedicare la propria vita a combattere la mafia, così come ha fatto lui, deve essere stato terribilmente noioso. Non credo fosse un uomo che si divertisse. Almeno nei filmati che ho visto non mi è mai capitato di vederlo sorridere. La vita deve essere gioia. Non sei tu che mi hai parlato dei bambini poveri che ridono? E che vita è quella di un uomo che non ride mai?
Come vedi il tuo futuro e come vorresti che fosse?
Nel mio futuro non vedo proprio nulla, sennò non parlerei di sopravvivenza, così per come faccio e per come tu mi rimproveri da quando hai iniziato a farmi domande.
Per il resto vorrei quello che, credo, vogliono tutti. Essere ricca e famosa.
Ma se lo vogliono tutti, scusa, come è concepibile un mondo in cui miliardi di persone sono tutte ricche e famose?
Infatti non potrebbe esistere, ok. Ma tu mi hai chiesto di me, mica degli altri?
Se ti chiedo se vorresti diventare una velina o partecipare a miss Italia, cosa mi rispondi?
Che ho parlato inutilmente fino ad ora.
14 agosto Alle vittime del silenzioQuanti stupidi servi intonano in coro la ragione di un tiranno che li nutre?
Quante povere menti si mortificano, complici, volutamente ignare, per lasciar spazio a quel granello di libertà che tale non è, per un continuo compromesso che la sostiene in precario equilibrio?
Quante mani, armate di una bugiarda penna, fendono l’aria, per calarsi come mannaia, ghigliottinante un’onestà già orfana di Patria? E nel consueto non vedere, girarsi, parlar d’altro, sparisce l’ennesimo bottino e si compie un altro scempio?
“Se parlerai, se solo penserai di pensare, o discutere, o far capire che tu sai, ti colpirò in ciò che hai di più caro.
Ti smentirò e non sarai creduto.
Migliaia di persone intoneranno con me l’inno alla tua infamia, perché sarà più facile per loro seppellire te che sostenere il mio sguardo.
E quando sarai finalmente solo, dimenticato da tutti, io mi ricorderò di te e ti leverò il lavoro che ami.
E poi ti priverò di ogni lavoro, bruciandoti la terra di ogni luogo dove tu vorrai andare perché prima di te lo saprò.
E non avrai più un reddito che ti consenta di vivere come hai sempre fatto.
Mi mangerò la tua speranza lasciandoti vagare, pazzo, a chiederti perché non hai fatto anche tu come tutti gli altri.
Ti batterai il petto e ti strapperai i capelli e le vesti, e la tua anima si staccherà dal corpo finché sola, nel suo vagare, finirà per perdersi.
Questo ti farò se solo dirai a te stesso chi io sono”.
Quanti usci si chiudono ogni giorno a volti che lacrimano per verità non dette?
Quante ipocrisie e quante bugie?
Quanti finti compiacimenti e sintetici sorrisi sorreggono le nostre maschere? 13 agosto Martina“Guardami, ti prego guardami, confermami che esisto. Dimmi con il tuo sguardo che mi segue, e mi avvolge in un abbraccio sconosciuto che ha un senso tutto ciò. Che questo mio peregrinare, ed avvolgermi su me stessa, in un entusiasmo lacerato dalla solitudine può trovare un appiglio, uno scoglio per sostenermi, qualcosa in cui continuare a credere mentre il mare mi porta via…”
Martina non sapeva, o non voleva ancora comprendere, che nessuna delle persone che cercava aveva interesse per la sua giovane età, per quel viso contemplato allo specchio innumerevoli ore alla ricerca di un riflesso parlante, capace di dirle un rassicurante: “sei carina, e molto di più di quanto gli altri possano capire”.
Non comprendeva Martina, che le migliaia, anzi, le centinaia di migliaia di solitudini che si sfioravano leggermente con gli occhi non avrebbero mai appagato la sua sete.
“Io esisto solo se tu ci sei” continuava a dirsi. Ma in questo ragionare non si riferiva a Marco, o ad Andrea, o a Betty o a chiunque dei suoi coetanei facesse da corollario alla sua giovane vita.
Credeva che la sua esistenza fosse legata al consenso degli altri, agli apprezzamenti che le calmavano la sete, come una fonte di nutrimento indispensabile per la sua vita.
E quando Martina non poteva uscire, o farsi vedere, o sentire, o raccogliere come tanti fiori parole, gesti, sguardi, combattendo con la sua invisibile spada la solitudine, si sedeva davanti al pc, cercando nelle migliaia di persone collegate al medesimo filo, un surrogato d’amore.
“E’ d’amore che ho bisogno, di che altro?” diceva a se stessa mentre le dita scivolavano veloci sulla tastiera.
“Dove sei stata oggi? E col tuo raga come va?” Chiudeva la finestra ciccando sulla croce e ne apriva immediatamente un’altra e un’altra ancora, e ancora. “No, nn ti darò mai il mio numero di cellulare. Ti piacerebbe eh? Prrrrrrrrrrrrrrrrrr”.
Altri volti riempivano le giornate passate davanti ad un monitor. Quello arcigno di un padre troppo vecchio per capire, quello di una mamma che sorvolava di figlio in figlio come una farfalla inebetita da profumi che non conosce, quello di un fratello stupido, sporco e comunque troppo piccolo per donare.
Martina trascorreva così questa estate. Viveva quindi, anzi “sopravviveva” come amava dire ai suoi amici, cercando sempre di trovare un contatto, un emozione, capace di dare un senso alla sua giovane vita.
10 agosto I have a dreamEcco cosa si trova su google se cercate tra le immagini la parola berlusconi http://images.google.it/images?q=berlusconi&svnum=10&hl=it&lr=&start=0&sa=N la prima foto che appare, ma proprio la prima, è quella che vedete..., che si trova in questa pagina http://italy.indymedia.org/uploads/2005/01/berlusconi.jpg Che facciamo apriamo un dibattito? Organizziamo un sondaggio? O proviamo a fare una seduta spiritica per vedere cosa ne pensa Martin Luter King? Buon sogno a tutti 09 agosto La fortuna di avere vent'anniE venne ancora una volta il giorno in cui gli si avvicinò per dire “come siete fortunati voi… avete vent’anni, cosa andate cercando di più?”.
Nella perplessità più assoluta si chiuse nella stanza ed incominciò a pensare. C’era necessità di studiare ed il calendario non sembrava essersi fermato. Andava via sempre quando succedeva. Sapeva che non poteva rispondere, in fondo non lo voleva. Sapeva che qualsiasi discussione avesse iniziato avrebbe finito per cedere. Perché era così: cedeva per stanchezza, per impossibilità di seguire ragionamenti che portavano molto lontano.
“Quando ero giovane io…” diceva, senza alcuna sobrietà, dimenticando come fosse stato proprio il tempo a cancellare i ricordi più terrificanti dei suoi vent’anni.
Tralasciava di dire che la sua era stata una generazione che aveva fallito, nata e vissuta in un’epoca in cui l’unica guerra mossa contro il prossimo era quella che aveva il target di fare più soldi degli altri, ottenendo più potere, calpestando i diritti di chiunque lo meritasse, di ciascuno che si fosse trovato ad intralciare, rivale o semplicemente debole.
Non gli volle credere e pur nella fermezza dei suoi propositi riprese in mano il libro cui stava dando fondo in vigilia dell’esame. Eppure si interrompeva, accorgendosi di aver riletto tre volte la stessa frase senza capire. Continuava a chiedersi perché questo luogo comune fosse così presente in tutte le persone più grandi.
“Stai tra i venti e i trenta, che fortuna che hai” aveva detto lui che ne aveva appena 32, mentre metteva in moto la sua Hornet.
Già, mentre tirava sul cavalletto il suo cinquantino “lui” partiva con la Hornet pagata in contanti. E chi era grondante di fortuna? Naturalmente…
“Vedi? Io non ho futuro. Il mio è tutto dietro le spalle. Qualsiasi cosa mi accade la conosco già. So ciò che sarà di me. Quello che ho fatto è già un libro scritto e ciò che farò è facilmente immaginabile. Tu no. Tu hai davanti un “vero” futuro. Mille possibilità, centinaia di avventure da vivere, mondi da esplorare, da scoprire…”.
Era incredibile la quantità di bugie che la precedente generazione era stata capace di partorire. Avvolgeva le proprie giovani prede in una gigantesca tela, intrecciando i fili con una bava fatta di pubblicità, di modelli, di schemi preordinati, di finto anticonformismo.
Gli unici valori che aveva saputo trasmettere erano la giovinezza, la bellezza, il successo ed il denaro.
Certo aveva la giovinezza, ma in quanto al resto???
Nel ragionare su queste cose, mentre poggiava la matita tra le labbra ancora una volta, sentiva crescere in se un disagio a cui non sapeva dare un nome.
Comprendeva che senza impadronirsi della propria vita avrebbe finito per vivere come gli altri volevano.
“Se non vivi come pensi finisci per pensare come vivi” recitava la frase scritta sul muro della sua Facoltà.
Decise allora che avrebbe mentito ancora una volta, ed ancora, ancora.
Perché era giusto così. Perché era questo che in fondo gli altri chiedevano. Semplicemente per sopravvivere, sperando di passare il guado e raggiungere finalmente l’età in cui avrebbe potuto dimenticare questi giorni e, nella nuova nebbia di tempi futuri, scoprirsi a dire ai propri giovani amici: “Ancora vent’anni? Ma cosa vuoi di più dalla vita?”
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