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30 ottobre SPOSARSI IN CARCERELe paure di una madre che accompagna la giovane figlia a sposare un detenutoun momento di piccola felicità, nonostante le sbarre e lo squallore intorno
A proposito di carcere e affetto, succede anche di sposarsi in carcere, quando le prospettive di un permesso sono ancora lontane e due persone decidono che vogliono fare lo stesso quel passo, e accettano di compierlo in quel luogo orrendo che è il carcere. Nel film Fine amore mai, realizzato dai detenuti di San Vittore, c’è la scena di un matrimonio "vero dentro", che a noi spettatori fa stringere il cuore, eppure si capisce che i due che si stanno sposando sentono ugualmente che quel gesto ha una sua felicità, nonostante le sbarre e lo squallore intorno. Lo spiega bene Chicca, che ricorda quando ha accompagnato la figlia a sposare un ragazzo detenuto, e nonostante la sua ansia di madre di fronte ad una scelta così difficile della figlia, sente che lei sta vivendo, in ogni caso, uno dei giorni più importanti e felici della sua vita. Se almeno ci fosse quella legge più umana, che potrebbe consentire ai detenuti che non usufruiscono di permessi premio dei colloqui lunghi senza controlli visivi, la figlia di Chicca non avrebbe dovuto tornarsene a casa senza neppure un minuto di intimità. Di Chicca L., maggio 2003 Una mattina di maggio, un pallido sole tiepido, io lì fuori dal carcere che guardo con tenerezza mia figlia, le lacrime le trattengo a stento, oggi è per lei quello che si definisce il giorno più bello, quello che per una ragazza è il sogno che si realizza. È serena, è anche felice, emozionata, mi guarda e mi dice: "Ma non essere triste, io oggi sono felice". Quante cose vorrei dirti bimba mia, anche se non lo sei più ora una bambina, sei già una piccola grande donna! Oggi capisco la tua scelta e la condivido, il tuo è un atto d’amore, anche se non sarai come tutte le altre spose, non potrai indossare l’abito bianco, e non potrai uscire dalla chiesa sotto braccio del tuo sposo. Ma anche se quelle due ore che vi hanno concesse saranno l’unico momento vostro, so con quanto amore e sofferenza stai affrontando tutto ciò e ti ammiro per la tua maturità. La mattina sei uscita da casa con la tua scatolina di velluto a forma di cuore dove c’erano dentro le fedi, alla perquisizione però non le hanno fatte passare, un po’ di ansia in più ma poi per fortuna le ha portate dentro l’agente. Siamo in una stanza fredda, dove fanno i colloqui gli avvocati, ma in quel momento diventa il posto per te più bello del mondo. Sei tu che aspetti il tuo quasi marito, e ridendo mi dici: "Vedi mamma, il mio matrimonio è speciale, non avevi mai visto una sposa aspettare…". E quando alle nostre spalle una porta si apre e arriva il tuo compagno, ti vedo così piccola fragile indifesa, poi vi prendete per mano, quasi increduli di quella vicinanza, vi sorridete, vi osservate come se dopo tanto tempo vi riscopriste, così vicini da sembrare una cosa unica, vi scambiate le fedi, le baciate, le guardate sulle vostre mani, le rigirate sulle dita, cosa preziosa che vi fa sentire ancora più uniti. Piccoli gesti che in altri tempi sono insignificanti ma che ora, lì in carcere, sono tutto il vostro mondo, il vostro amore, il solo contatto che riscalda il vostro cuore. Alla fine, come unica concessione ci fanno trovare due vassoi di paste, che comunque ha pagato tuo marito, ma visto che nel carcere di Monza di solito non sono concesse le paste fresche, noi le assaggiamo appena per lasciare che poi possano portarle su in sezione e in qualche modo festeggiare. Adesso siamo di nuovo fuori e tu ti stringi al mio braccio, qualche lacrima ti scende giù ma sorridi e mi dici: "Mamma, credimi, oggi è il giorno più bello della mia vita". Sì, il vostro viaggio sarà lungo, ma spero che il vostro amore vi sosterrà. Tratto da www.ristretti.it pagine di cultura e informazione dalla Casa di Reclusione di Padova e dall'Istituto di Pena Femminile della Giudecca realizzate da detenuti, detenute, operatori volontari 10 agosto Qu'est-ce qui vous surprend le plus dans l'humanité?Un jour, on demanda au Dalaï Lama:
"Qu'est-ce qui vous surprend le plus dans l'humanité ?" Il répondit:
" Les hommes qui perdent la santé pour gagner de l'argent et qui, après, dépensent cet argent pour récupérer la santé. A penser trop anxieusement au futur, ils en oublient le présent, à tel point qu'ils finissent par ne vivre ni au présent ni au futur! Ils vivent comme s'ils n'allaient jamais mourir et meurent comme s'ils n'avaient jamais vécu." Un giorno, hanno domandato al Dalai Lama:
"Cos'é che vi sorprende di più nell'umanità?"
Rispose:
"Gli uomini che perdono la salute per guadagnare dei soldi e che, dopo, spendono questi soldi per recuperare la salute. A pensare con troppa ansia al futuro, essi dimenticano il presente, a tal punto che finiscono per non vivere né al presente né al futuro! Essi vivono come se non dovessero mai morire e muoiono come se non avessero mai vissuto" 07 agosto Immagini e paroleL'imprevisto e la bugia
Le cattive notizie ci raggiungono dovunque siamo… C’è sempre qualcuno che ti ferma, viso atteggiato: “ha saputo di…?” “No, non lo sapevo.” Non so che dire. “Fatemi sapere se fate una colletta per la famiglia…”. Un altro morto in motocicletta. Lo incontravo quasi ogni giorno. L’ho visto venerdì, il giorno prima del suo appuntamento con la morte. Andava molto orgoglioso della sua 650 rossa. Aveva quell’età in cui - a volte - la mente gioca brutti scherzi. Quell’età che spinge gli individui a concedersi ciò che si sa - a breve - non sarà più possibile fare: l’età dell’ora o mai più. L’entusiasmo o la rabbia spingono il polso a ruotare, affinché velocemente scompaiano alla vista quei chilometri di auto in fila, stracolme di anime desiderose di uno spicchio di sole. Mentre ci si inclina, spingendo in basso il ginocchio e sfiorando le altrui calde lamiere, non si pensa alla propria vita, non a quella di chi rimane. Si gode la libertà che si crede - così - di riuscire a possedere. Si sfiorano gli anni che non ci sono più, strappandoli al passato. Ascolto, dagli angoli reconditi in cui mi trovo, l’assordante rumore di motociclette che fendono l’aria, di marce che salgono in rapida sequenza. Quei rumori che erano i miei rumori fino a poco tempo fa, fan vibrare altri polsi. Si vede che c’è ancora necessità di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. O a se stessi? In bocca al lupo a quelli che restano, a coloro che – tuttora – pensano che l’imprevedibile sia una bugia narrata da chi non si ama abbastanza… 06 ottobre La logica dell'apparenzaLa dialettica, ovvero la “logica dell’apparenza”, fa un uso illegittimo di regole per la produzione di conoscenze, le quali non possono essere che false.
La dialettica è quindi una “illusione* trascendentale” non essendo possibile conoscere realtà superiori a quelle dell’esperienza.
L’uomo può avere una esatta conoscenza della fisica o della matematica, ossia dei fenomeni che sono reali in quanto frutto dell’esperienza (determinando situazioni riproducibili); non è però possibile fondare una scienza dei fenomeni (tra cui la dialettica) posti al di fuori dall’esperienza (io parlo anche se ciò che dico non è frutto di esperienza), per cui si usa dire noumeno.
Il termine noumeno (dal greco noùmenon "ciò che è pensato" - participio presente passivo di noèo "pensare") per Platone corrispondeva a quanto è pensato o pensabile dal puro intelletto indipendentemente dall’esperienza; per Kant, all’essenza pensabile, non conoscibile, della realtà in se.
*Illusione: etimologia: dal latino illudere "scherzare, farsi beffe" (composto di in e ludere "giocare, scherzare, schernire"), da cui deriva illusio-onis "ironia" (come figura retorica) e, tardo, "derisione".
Errore dei sensi o della mente che da una percezione ingannevole della realtà; rappresentazione ingannevole della mente che modella la realtà sui propri desideri e speranze.
Kant definiva l’illusione trascendentale come la logica dell’apparenza e la sua critica. Nata dall’uso di altri principi, riferiti ad oggetti che trascendono l’esperienza. Un’illusione inevitabile, poiché la natura della ragione è proprio quella di errare a causa dei sensi per cui le cose appaiono diverse da quello che sono.
04 ottobre La furbizia: pregio o difetto?Secondo il risultato da una ricerca condotta da «Riza Psicosomatica» per 7 italiani su 10 solo i furbi sono intelligenti.
L’identikit del cervellone «made in Italy», dunque, somiglia alla classica figura, tutta italiana, del furbone che, grazie alle sue capacità, riesce sempre a rimanere a galla e a cavarsela in ogni occasione.
Essere intelligenti significa «sapere tante cose» (26%), «comprendere al volo le situazioni che ci si presentano» (18%), «sapersela cavare sempre e comunque» (16%), «riuscire ad affermarsi» (14%). Tra le caratteristiche delle persone intelligenti, al primo posto c’è la furbizia (68%), seguita dall’inventiva (61%), l’intuizione (54%), il successo (49%), la fantasia (42%). Insomma, scrive Riza il comune sentire, ancora oggi, descrive «l’intelligente come furbo, dotato di fantasia, intuizione e inventiva, e inevitabilmente premiato appunto dal successo. In secondo piano finiscono, invece, la capacità di essere semplici e chiari, la saggezza e la tenacia. Totalmente assenti l’arguzia, l’ingegno, l’ironia e la capacità di analisi».
Sul sito della poca conosciuta RadioGladio Sergio Messina scrive:
“A Roma per descrivere i furbi si usa un'espressione assai azzeccata, anche se un po' forte: paraculi. Questo termine, solo apparentemente dispregiativo, descrive benissimo l'ambiguità che c'è intorno a questa condizione umana (appunto la furbizia, o paraculaggine). Paraculo, infatti, parrebbe derivare da "pararsi il culo", altra pittoresca espressione capitolina che significa proteggersi, mettersi al sicuro (mettendo in salvo il bene più prezioso - curiosamente di tutti quanti proprio il culo). Quindi il paraculo è contemporaneamente colui che si protegge ("Pe' sicurezza me so' parato er culo") e colui che cerca di saltare la fila ("Ao, anvedi 'sto paraculo"). L'espressione "Quello è proprio un paraculo" è insieme positiva e negativa: spesso lo si è detto di politici che poi si votavano proprio per questa ragione. Se ci pensate bene (comunque la pensiate) il nostro attuale premier è stato eletto proprio in virtù della sua furbizia. Chi l'ha votato pensa che sarà furbo anche per gli italiani; chi invece è contro pensa che continuerà a fare quello che ha sempre fatto: essere furbo per il suo tornaconto.
La furbizia quindi è insieme una dote e un difetto: dipende dal senso etico del furbo in questione. Se uno usa la propria furbizia per migliorare la propria vita è certamente una gran cosa; se lo fà a spese degli altri allora no. Confina con la scaltrezza da una parte e con la stronzaggine pura dall'altra (quella furberia ottusa perfettamente rappresentata dal cazzone che salta la fila alle poste). Nei bambini la furberia è solitamente apprezzata, perlopiù dai genitori stessi, che la interpretano come un segnale che il bambino si farà strada nella vita. Solo quando si accorgono che a nove anni tocca il culo alla maestra, fuma e ricatta la nonna capiscono che questa qualità può anche essere un difetto.” Spostiamoci a Napoli, dove un residente dichiara sul web:
“posso dire che purtroppo l'illegalità non è un fenomeno temporaneo ma una vera e propria sottocultura napoletana. Il problema è proprio questo, la maggioranza vuole parcheggiare come gli pare, vuole fregarsene dei semafori e della segnaletica, vuole usare le corsie d'emergenza (e la raccolta differenziata dei rifiuti non sanno nemmeno cosa sia). La cultura dell'illegalità presente a Napoli da chi sa quanto è una realtà che ovviamente premia i furbi e purtroppo colpisce gli onesti. Dire che a Napoli esiste un forte malcontento è una bugia, la gente preferisce adeguarsi , notando che per certi aspetti la furbizia paga, ad esempio risparmiando sull'assicurazione ( basta comprarsi quella fasulla), oppure buttando l'immondizia dove gli pare, oppure facendosi una seconda bella casa tutta abusiva, fregandosene delle multe, delle regole, per non parlare di tutti gli "invalidi" (circa centomila) presenti sul territorio napoletano che mensilmente ricevono la pensione . Tutto ciò è supportato da uno stato che con puntualità elargisce finanziamenti enormi per tappare le voragini e dall'amministrazione "brava nonna" locale.”
Leggo ancora su di un forum:
"Quello che non va in Italia, non dipende esclusivamente da questo governo, o quello precedente, come nemmeno tutti gli altri che lo hanno preceduto, quello che realmente non va in Italia sono gli italiani.E’ la mentalità che è sbagliata, non di tutti ovviamente, ma di troppi. E il modo di porsi davanti ai problemi, che è assolutamente immaturo. Noi siamo un popolo che ha sempre dovuto sopravvivere in mezzo a molte difficoltà e questo ha affinato alcune astuzie, che hanno senso e si giustificano solo quando si tratta di sopravvivere, ma dato ricorriamo troppo spesso a queste astuzie, significa che abbiamo trovato un modo molto comodo e poco lecito, di attuare l'istinto della sopravvivenza propria, a scapito di quella altrui. E’ la furbizia la nostra malattia, il nostro cancro, che ci porterà lentamente ed inesorabilmente verso la distruzione. Ma quale solidarietà? Quale grande cuore? Quale popolo capace di inventarsi la sopravvivenza siamo, se lo facciamo sempre sulla pelle altrui e se in ogni nostra azione vie è sempre un interesse recondito, inconfessabile o comunque un secondo fine?"Sposo l’opinione scritta da Flavio Grassi (scritta sul web a proposito del caso Sofri):
“La plebe è l’opposto del popolo, e i miserabili non sono i poveri. La plebe ama i dittatori che ne assecondano la pigrizia mentale e odia i democratici che la mettono in discussione. I miserabili sono coloro che fanno della loro povertà (mentale molto prima che materiale) una bandiera. La plebe è composta di miserabili.
I miserabili hanno un’arma prediletta: la furbizia. Che è l’opposto dell’intelligenza. La furbizia si esercita principalmente in giochi a somma negativa. Presuppone che il mondo non sia altro che un intreccio di truffe piccole o grandi, perché non c’è altro nell’universo mentale del furbo. L’importante è fregare gli altri più di quanto gli altri freghino te.
Plebe sanfedista ...che faceva a pezzi in nome della santa fede i repubblicani della rivoluzione napoletana.... Plebe... i fascisti ingaggiati dagli agrari della bassa.... Plebe ... chi votava Lauro in cambio di un piatto di pasta… Plebe… la tolleranza per i piccoli traffici ai margini della legge... Plebe ...i furbi che votano i furbi perché tra furbi ci si annusa... Plebe .... gli intolleranti razzisti del nord incolti e rozzi..... Plebe ... che faceva a pezzi Caio Gracco simbolo di democrazia .... LA STORIA NON CAMBIA.”
03 ottobre La forza dell'indifferenzaHo appena finito di rileggere “Gli indifferenti” di Alberto Moravia. Uno dei personaggi, il giovane Michele, si meraviglia di non riuscire a farsi coinvolgere dagli avvenimenti che toccano la sua famiglia, salvo accorgersi, nell’evolversi dei pochi giorni in cui si svolge la storia, che anche le persone a lui più vicine sono macchiate dall’identico sentimento.
L’indifferenza è un sentimento del quale si parla spesso, a qualsiasi titolo, coinvolgendo il genere umano e tutti noi in qualità di vittime e di carnefici.
Scriveva Cesare Pavese ne “Il mestiere di vivere” (ultima sua opera scritta dal confino in cui fu relegato dal regime fascista): “La forza dell’indifferenza! E’ quella che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni”. Ed è forse qui la chiave di risposta all’interrogativo che sottintende l’indifferenza come meccanismo di difesa che incrina e logora la coscienza civile.
Cosa resta nella mente di tutti noi delle stragi dell’olocausto? Chi si ricorda più delle giovani vittime della Resistenza? Cosa si ferma nelle nostre coscienze di fronte agli innumerevoli atti di pedofilia che si consumano ogni giorno, anche molto vicino a noi? Cosa sappiamo e cosa vogliamo sapere degli uomini in gabbia, che, a torto o a ragione, sono stati privati della libertà, che è l’essenza del vivere? Chi rammenta più che la mafia continua ad agire, senza lo scalpore del sangue che bagna colpevoli strade? Che rimane nelle memorie dei morti sul lavoro, privati della vita per aver cercato, con la forza della disperazione, di conquistarsi un briciolo di dignità, immergendosi nell’immenso mare del lavoro nero?
Scrive Sergio, un ex detenuto, su http://www.ildue.it/ rivista dei carcerati a San Vittore:
“Ciao ragazzi,
sono stato con voi sei mesi e mezzo e non li dimenticherò mai, credo. Tutti quelli con cui parlo di questa esperienza mi dicono, mi consigliano, di dimenticare, di cancellare questi mesi di grande sofferenza della mia vita. Ma come dovrei o potrei "cancellare" tutto quello che ho visto: esseri umani bianchi, neri, sani, malati ammassati nelle celle in attesa di..... di .... anche solo una sistemazione. Braccia che si allungavano attraverso le sbarre a chiedere anche solo una stretta di mano, una parola...un piccolo aiuto. Non li dimenticherò MAI. Dimentica... DIMENTICA... è il consiglio di chi, evidentemente, mi vede ancora " prigioniero " di qualcuno o di qualcosa che non può vedere.” Scrive Antonio Ingoia, Sostituto Procuratore a Palermo, su Golem, a questo indirizzo web
“Può apparire singolare, se non addirittura bizzarro, che un magistrato si chieda di cosa si sente prigioniero. (…)
Eppure, benché apparentemente paradossale, qualche "sensazione di prigionia" la avvertono anche i magistrati, specialmente quelli che operano in terre di mafia. Non è forse una vita da recluso quello di ogni magistrato antimafia, costretto per anni a vivere sotto scorta ogni giorno e per ventiquattro ore al giorno? (…)
No, non è normale. Non è una condizione normale di vita: non è normale che i cittadini onesti - magistrati, commercianti, giornalisti o cittadini comuni - debbano vivere in stato di assedio soltanto perché si oppongono al potere mafioso, mentre i criminali possono vivere in un'apparente condizione di libertà. (…)
In fondo, però, non è questa sensazione di prigionia a pesarti. La tolleri, quasi ti ci abitui. (…)
A soffocarti è soprattutto il predominio dell'egoismo sociale. Quell'egoismo che produce indifferenza etica, l'indifferenza nei confronti di valori come legalità e giustizia. Quella stessa indifferenza scettica, quella rassegnazione fatalistica molto "siciliana" che ha aiutato la mafia ad arricchire di nuovi capitoli la sua storia ormai secolare. Quella rinuncia a partecipare alla vita sociale, a provare ad incidere sulla realtà quotidiana, che ha finito per legittimare le più rozze forme di darwinismo sociale: la legge della supremazia del più forte, che in terre come quelle siciliane equivale alla prevalenza del più potente, il quale della violenza mafiosa si è spesso avvalso.”
Scrive Mariangela Berretti, Presidente di aquilone blu onlus - dalla parte dei bambini
“L’indifferenza è’ qualcosa di più sottile.
L’indifferenza subentra “dopo”, dopo l’indignazione, dopo lo sconcerto, dopo il giudizio morale che con determinazione e molta sicurezza siamo ogni volta capaci di dare. L’indifferenza è l’incapacità di trasformare il nostro piccolo mondo, fatto di noi, della nostra famiglia, l’incapacità di lasciare aperta la porta al resto della comunità, all’ambiente circostante. L’indifferenza è “pretendere” che queste cose non accadano MAI a noi…” Mi chiedo allora se esista ancora spazio per la partecipazione ai problemi altrui, se nelle nevrosi in cui anneghiamo possa aprirsi uno spiraglio, seppur minimo verso quei contenitori di solitudine, verso quella terra di nessuno, in cui si muovono e respirano i dimenticati.
29 settembre Era meglio se facevo la velina...Qualche sera fa ho avuto il piacere di avere a cena una coppia di giovani ragazzi innamorati. Cenando, al riflesso rubino di un ottimo vino rosso, si è inevitabilmente parlato delle loro ambizioni e delle prospettive di lavoro che si sarebbero realizzate di lì a breve. Naturalmente le idee dei miei giovani ospiti sono apparse confuse. Pur nella consapevolezza del desiderio di intraprendere la professione per cui avevano studiato, e studiavano ancora, non sapevano esattamente cosa sarebbe stato del loro futuro, salvo il desiderio, di lì a breve, di trascorrere insieme un weekend “da favola”. I miei giovani ospiti non ambiscono a fare i futuri idraulici (non sapendo manovrare un cacciavite e senza voler togliere nulla alla nobiltà della categoria), essendo uno già avvocato, abilitato alla professione, e l’altro prossimo architetto, in procinto di laurearsi.
Nel corso della discussione ho così avuto modo di ascoltare che: - i concorsi sono tutti truccati, e si conosce bene chi deve entrare, quindi è sciocco partecipare; - è inutile pensare di andare fuori dalla regione perché il costo della vita non lo consentirebbe; - le università fanno schifo e cadono a pezzi. La preparazione che serve per entrare nel mondo del lavoro si apprende solo alla Bocconi ed alla Luiss; - se vuoi fare uno stage ti mettono a fare fotocopie ed a rassettare un archivio e non impari nulla; - i Master servono a poco e si pagano a partire dai diecimila euro; - non si può avere alcuna iniziativa individuale se qualcuno non ti insegna l’abc della professione; - l’ideale sarebbe trovare un impiego a reddito fisso ed occuparsi di ciò che si ama veramente; - sarebbe meglio se avessi fatto la velina (lei); - non mi interesso mai di politica (lui).
In questo confabulare non li ho incalzati (non essendo peraltro uno dei loro genitori), non ho fatto domande imbarazzanti, non li ho messi in soggezione con argomenti che ignoravano (tranne scoprire che sconoscevano totalmente la differenza tra maggioritario e proporzionale). Mi sono limitato ad ascoltarli osservando i loro volti, i loro gesti, le espressioni, la postura del corpo, il modo di utilizzare le posate, di bere, di sorridere e di ridere.
Il cugino del mio ospite avvocato voleva, fino a qualche mese fa, diventare cardio-chirurgo. Recentemente ha deciso di andare a vivere da solo. Dopo aver interrotto gli studi all’università vive di ciò che racimola facendo lavori saltuari: giorni fa l’ho incontrato mentre scaricava arredi da un camion. Suo nonno, che conosco, mi ha incontrato ieri e, parlando di questo giovane uomo, mi ha detto: “Luì (Luigi), vedrai, tutto si aggiusterà anche per lui.”
Il mio cuore si è fatto enormemente piccolo. 28 settembre Tutto bene?Anche chi dovrebbe conoscere la fonderia dove in me si forgiano i pensieri, che colano, solidificandosi, a formare gommose frasi, finendo per accoppiarsi e generare un sentimento che, infine, vagisce su un foglio o sul web, dopo aver letto i miei ultimi post mi domanda: “tutto bene?”
Tutto come al solito, quindi più che bene.
Succede che la mia mente viaggia e non ho possibilità di fermarla: lo farà da sola, quando sarà il momento. Ad una mia conoscente, (ed uso questo termine non perché lei non abbia le qualità affinché possa sentirla amica, ma perché l’utilizzo di questo termine sarebbe un abuso nei confronti della sua gentilezza), ho scritto queste parole:
“Muovo automaticamente ossa, muscoli, nervi nella composizione in cui si intrecciano per divenire braccia, gambe, torace, ed una testa troppo pesante da portare in giro. Chi è tutta questa gente che mi incrocia, che mi guarda, che mi apostrofa con parole vuote, che non odo, che mai possono colmare il vuoto che è in me? Cosa ne sanno loro di me, cosa ne sanno di lui? Di ciò che era, di ciò che è stato per me, dei triangoli di vita che abbiamo condiviso ed in cui abbiamo volato, ubriacandoci di noi. La razionalità che sostiene me stessa e che si fa ossa, scheletro, impalcatura, sostegno, mi conduce a stringere mani che non conosco, ad incrociare volti mai visti, a chiedere perché, quando, dove, a gelidi interlocutori in freddi ambienti dai riflessi marmorei. Conosco ciò che mi accade: mi do del tu con il dolore e so di non poterlo vincere, ma lo combatto, come io so combattere, ignorandolo, pur se mi strazia nella sua forza, nelle sue sortite inaspettate, nella volontà di frantumare e spezzare attimi di ciò che è stata la vita, la mia vita. Attenderò, vestendomi dei colori dell'arcobaleno ed indossando un sorriso finché il buio non ritornerà luce.”
Quando ho scritto ciò che avete letto non ero più me stesso e la mia mente viaggiava, fondendosi con un sentimento che mi aveva accarezzato, dopo averlo visto in un gesto, in uno sguardo, in una frase. Ecco ciò che mi succede. Per il resto ho momenti di lucidità (lol), a parte il fatto che ieri non sono riuscito per quasi tutta la giornata ad entrare in hotmail. Il computer ed il collegamento ad internet funzionavano a meraviglia, ma non ho potuto scrivere alcune risposte, cosa che farò oggi. Luigi26 settembre Testamento spiritualeIL CIRCO DELLA SCATOLE CINESIVenghino signori venghino, questo è il circo delle scatole cinesi, dove volano arditi navigatori, padroni incontrastati dell’avventura.
Con un solo minuto di attenzione vedrete esibirsi narratori, dispensatori di sogni preconfezionati o da confezionare, ladri di sorrisi, giocolieri e saltimbanchi.
Sedetevi comodi e navigate nel maremoto della vostra anima. Stazionate sul confine che divide la realtà dalla finzione, non acquistate il fumo dei soliti venditori: qui ve lo regaliamo.
Tra profezie ed anatemi vi insegneremo a gestire le vostre passioni, donandovi emozioni che vi guideranno verso nuovi sogni.
Narcisisti filosofi, senza alcuna falsa modestia, vi insegneranno a guardare al mondo con allegria.
I nostri artisti itineranti non hanno un nome: gli basta l’immensa fortuna di vivere.
Amateci e gioite con noi, in questo eterno gioco in cui ci han fatto nascere, insieme. 16 settembre La sindrome dell'incompresaLa sindrome dell’incompresa“Hai la sindrome dell’incompresa”.
Continuava a pensare alla lapidaria frase con cui l’aveva lasciata quella mattina.
Lui che amava ricorrere a definizioni di questo genere per liquidare qualsiasi interlocutore si frapponesse alle sue personalissime convinzioni, la trattava come se il loro legame fosse, ormai, tenuto insieme da un nodo già sciolto.
In fondo cosa chiedeva? Che avessero un sufficiente scambio verbale, frequente, caldo, partecipato, emotivo, anziché l’accumulo di freddi atteggiamenti, sterilizzati dagli anni di convivenza.
Gli dava fastidio la tensione che si respirava a casa? Ed allora perché non faceva nulla per darle le certezze che cercava?
Lei che si era detta di essere finalmente una donna diversa, di avere superato le tremule sindromi adolescenziali individuando in lui il proprio punto di riferimento, di avere dedicato tutte le proprie energie per quel nido, affinché fosse vivibile a misura delle reciproche esigenze.
Non sopportava di essere costretta a questa continua mediazione. Non reggeva i giorni che passavano così, con l’unico uomo della sua vita da vedere, e vivere, come un antagonista.
A cosa erano serviti tutti gli anni divisi insieme? A cosa serviva continuare a condividere le proprie vite se, ad ogni incontro, nel rivedersi, i loro sguardi di tutto parlavano tranne che di gioia?
Avessero almeno litigato. Avesse almeno accettato di rimettere tutto in discussione per ricominciare su nuove basi, con nuovi equilibri.
A questo pensava Marta quella mattina mentre rimontava, da sola, gli sportelli del box della doccia.
Postato da: Luigi a 8:18 |
15 settembre Entrare nella "stanza del dolore"Entrare nella "stanza del dolore"<BR< DIV> Possiamo passare tutta la vita a pensare che non valga la pena di costruire sapendo che il nostro futuro ha un limite; possiamo rifiutarci di amare per paura di non essere amati e uscire dalla gara per non accettare una sconfitta, ritirarci all’interno di noi stessi, smettere di essere generosi, portare una morte gratuita, anticipata, dove ci sarebbe solo da accettare l’incompetenza, il dolore, la paura della solitudine, il senso di incompiutezza che ci accompagna come un difficile destino.
La stanza di psicoterapia è il luogo dove il desiderio, il dolore, la paura di non essere amati, l’incomprensione, l’ingiustizia, trovano una voce, dove si racconta la storia delle nostre fatiche di ogni giorno, dove si cerca di riannodare i fili della speranza, l’accettazione della fatica di vivere, la capacità di dare significato al cambiamento ed alla resistenza, alla ricerca del nuovo ed alla comprensione del passato.
A volte, in psicoterapia, la morte è così presente, da renderci sgomenti rispetto alla sua forza: una morte che nasce dal dolore, che è spesso espressione del desiderio di dimenticare, bisogno di silenzio, di parole, di accettazione, voglia estrema di cambiamento.
Il dolore psicologico è così diverso dal dolore fisico: il dolore fisico nella sua crudezza appare fuori di noi, con motivazioni che ci aggrediscono senza che si possa scegliere, mentre il dolore psichico ci confronta con il nostro limite, ci ricorda che avremmo potuto non sbagliare, che avremmo potuto scegliere un’altra persona, che non siamo stati coraggiosi, ci tormenta con un senso di colpa, occupa la testa ed il cuore.
Per allontanare il desiderio della morte bisogna ascoltarlo con serenità perché racconta l’ansia profonda di trasformazione, è un ingenuo pensiero che parte dall’idea che la vita abbia solo tinte forti.
Per vivere, cercando un senso, non possiamo ricorrere a facili semplificazioni perché quello che abbiamo davanti è un gioco complesso.
Bisogna accettare la scommessa della complessità, guardare accadere le cose, dentro e fuori di noi, nutrendo la sensazione profonda di un destino comune, reso più forte dal cerchio di solidarietà che riusciamo a comporre e che la psicoterapia cerca di costruire.
Postato da: Luigi a 9:18 |11 settembre Quattro anni fa...Quattro anni fa...Quattro anni fa, impietriti davanti alla televisione, guardavamo in diretta anime confondersi con la polvere della stupidità umana. Da allora la vendetta ha generato centinaia di migliaia di altre vittime.
Vale tutto questo l'energia elettrica che alimenta il mio computer?
Postato da: Luigi a 19:25 |01 settembre Quando il grande amore si spegneQUANDO IL GRANDE AMORE SI SPEGNEEsiste una felicità che si nutre solo di sé e riesce ad essere lineare, ha chiaro il suo oggetto e la sua meta.
Esiste una felicità che invece ha all’interno il suo doppio, la possibilità di accedere al suo contrario che porta nella nostra vita una forte sensazione di appartenenza e di piacere e, nello stesso tempo, il timore e la paura della fragilità delle cose che amiamo.
Gli amanti hanno un concetto brevissimo del tempo, tutte le ore sono caratterizzate dalla rincorsa verso le parole, i nomi, gli spazi dell’incontro, c’è una fame di gesti, del contatto visivo e corporeo.
Ma uno dei due si stacca sempre prima dell’altro, in modo impercettibile costruisce barriere sottili, maggiore capacità di sopravvivenza, maggiore competenza a lasciare lo spazio della passione per rientrare nella vita reale, nel suo scorrere quotidiano.
Possono bastare piccole imperfezioni: uno sbadiglio, una leggera influenza, una voglia di televisione o di giornale da leggere, per fare pensare a chi è ancora prigioniero dell’intensità del sentimento che l’amore sta perdendo il suo smalto e che si resta soli ad amare.
In quel momento e in modo irreversibile la passione incontra la sabbia della clessidra: l’immortalità ha già lasciato la scena e l’altezza dei sentimenti incontra la dimensione della riduzione e del conflitto.
In genere i grandi amori si spengono con fatica, stentano ad accettare di essere scritti nella dimensione del passato. Si ama spesso perché si è trovato un attore che ci permette di sognare, che per la sua intensità o per la sua resistenza ci ha preso nel gioco. Ci sono persone che non si innamorano molto, che riescono a provare attrazione e persone che non riescono ad uscire dal cerchio della paura, che ricordano le ferite e non sanno assumere nuovi rischi.
Avere passioni è un lusso che non tutti si possono permettere.
La felicità è un potere così forte che si continua a restare fedeli a quella sensazione anche quando si cerca di dissolversi, quando il restare da soli ci impedisce di trattenerla. Sarebbe dolce continuare a provare amore per chi ci ha regalato felicità, dimenticando la distanza, trasformando l’intensità in una disponibilità al legame leggero che la vecchia intuizione di intimità rende ancora possibile. Postato da: Luigi a 9:40 |31 agosto Vincitori e vintiVINCITORI E VINTIGeorg Wilhelm Friedrich Hegel*, sosteneva l'inevitabilità del conflitto tra gli uomini, avendo questi ultimi l'innata esigenza di aver riconosciuta la propria superiorità.
Nella lotta per la supremazia la storia ha insegnato come i vincitori abbiano quasi sempre eliminato i vinti, torturandoli ed uccidendoli, salvo i casi in cui, rendendoli schiavi, non si sia deciso di mortificare un'intera esistenza mascherando in un dono (la vita) la volontà di un più duraturo riconoscimento di superiorità del vincitore.
Anche se tali esempi appaiono esser lontani nel tempo o comunque ove esistenti, realizzati in luoghi ed in civiltà molto distanti dalla nostra, è possibile verificare come i criteri che regolano il rapporto tra vincitori e vinti rimangano gli stessi anche da noi, pur senza la cruenza nelle scelte del vincitore sul destino del vinto.
Pensate alle competizioni che si instaurano tra i bambini, gli adolescenti, dove leggi crudelissime selezionano chi è prescelto per guidare il gruppo. Pensate alle rivalità amorose tra giovani o meno giovani, in cui la competizione acclara al vincitore un possesso esclusivo nei confronti dell'amato. Pensate al disinteresse degli adulti verso gli anziani, battuti dall'età. Pensate alle lotte tra le Imprese, a quelle per la scalata nei partiti politici, nei sindacati, nella burocrazia.
La nostra vita è costellata di esempi di vincitori e vinti.
Colui che vince, così come il generale Spartano che sfilava con il proprio esercito acclamato dalla folla, desidera avere lo stesso riconoscimento di superiorità. Assistete allora al fatto che anche gli avversari più temibili si congratulano con lui, secondo regole inspiegabili ai più, che si reggono sul principio di equilibri tra forze.
In tale contesto l'aspetto fondamentale che differenzia il carattere dei vincitori è, ora come allora, la clemenza. Coloro che hanno avuto la fortuna di godere del privilegio di una posizione dominante possono utilizzare metodi diversi per umiliare chi è stato vinto dalla vita: possono deriderlo, umiliarlo, sminuire il di lui valore, anche con ferocia, anche con l'opportunità di generare danni indelebili.
Oppure possono riconoscere il valore del vinto, dandone pubblico riconoscimento, tendendogli la mano.
Ma per far questo occorre avere la nobiltà ed il coraggio che pochi vincitori hanno.
*filosofo tedesco vissuto a cavallo tra il 1700 ed il 1800 nel suo libro "La fenomenologia dello spirito". Postato da: Luigi a 10:36 |26 agosto Lotta fra squaliScelli parla e fa danno. Ricordate chi è? Se non lo ricordate ve lo dico io. Ex capo dell’ UNITALSI, organizzazione specializzata in pellegrinaggi molto vicina al cardinale Ruini. Ex organizzatore del Giubileo dell’anno 2000. Ex commissario della Croce Rossa Italiana. Ex ideatore del movimento “Onda Azzurra” o “Forza giovani” abortito sul nascere. Ebbene in questi giorni Scelli dichiara a destra e a manca che nell’operazione condotta in Iraq per la liberazione delle due Simone, la Croce Rossa, con la complicità del Governo italiano, ha mentito agli americani curando ben quattro terroristi iracheni pur di raggiungere lo scopo. Le reazioni ad oggi sono state queste. Letta, delfino di Berlusconi, tirato in ballo da Scelli come il tramite con il Governo italiano dichiara che Scelli “si è lasciato andare ad un atto di vanità, a manie di protagonismo. Le sue parole non stanno né in cielo né in terra.” Il Sismi ha chiesto la ragione per cui Scelli sta parlando solo adesso. Fonti non meglio precisate ipotizzano che Scelli voglia vendicarsi di un Governo che lo ha abbandonato. Altro flash. Fazio, Governatore di Bankitalia, oggi proclamerà la propria innocenza nel corso di una riunione del CICR (Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio, avente il compito di vigilare sul credito e tutelare il risparmio, composto da 5 ministri e presieduto dal Ministro dell’Economia). Si sa già che non gli servirà a molto questa difesa d’ufficio e che il Governo farà a breve una legge con cui trasformerà Bankitalia. Il vertice sarà collegiale e non monocratico ed il Governatore non avrà più un mandato a vita, ipotesi quest’ultima che conferma come l’idea di conferire un mandato a vita fosse legata solo alla figura di Fazio. Fin qui i fatti. In Sicilia c’è un modo di dire utilizzato quando si deve aggiungere ad una struttura già esistente un nuovo elemento. Il modo di dire è “A cu’ appartiene?” Cioè “A chi appartiene?” Ovvero chi sono i suoi Padrini? Chi può garantire per lui? Scopriamo l’acqua calda se pensiamo che ovunque nel nostro Paese non esiste più un briciolo di trasparenza. Tutte le nomine, a qualsiasi livello, dalla politica (scelta delle liste) alla burocrazia (nomina dei dirigenti) avvengono per conoscenza personale, dove questa è l’unica garanzia per un reciproco rapporto di omissioni e traffici di ogni genere a vantaggio naturalmente di chi divide la torta, piccola o grande che sia. Non c’è da meravigliarsi allora se, nell’equilibrio che si viene ad instaurare tra squali, chi è costretto ad abbandonare la preda finisce per sbattere le pinne e fare casino, pur di mantenere il privilegio di visibilità, o per alzare il prezzo in cambio del silenzio o per semplice vendetta. Naturalmente le regole per zittire chi vìola i patti di omertà sono sempre le stesse: tentativo di mediazione, promesse, smentite, minaccia, vendetta. Mi piace riportarvi allora ciò che ho scritto nel blog del 14 agosto, che ricapitola molto bene ciò che ognuno di noi vive ogni giorno nel rapporto con alcune persone che certamente ha avuto modo di incrociare. “Se parlerai, se solo penserai di pensare, o discutere, o far capire che tu sai, ti colpirò in ciò che hai di più caro. Ti smentirò e non sarai creduto. Migliaia di persone intoneranno con me l’inno alla tua infamia, perché sarà più facile per loro seppellire te che sostenere il mio sguardo. E quando sarai finalmente solo, dimenticato da tutti, io mi ricorderò di te e ti leverò il lavoro che ami. E poi ti priverò di ogni lavoro, bruciandoti la terra di ogni luogo dove tu vorrai andare perché prima di te lo saprò. E non avrai più un reddito che ti consenta di vivere come hai sempre fatto. Mi mangerò la tua speranza lasciandoti vagare, pazzo, a chiederti perché non hai fatto anche tu come tutti gli altri. Ti batterai il petto e ti strapperai i capelli e le vesti, e la tua anima si staccherà dal corpo finché sola, nel suo vagare, finirà per perdersi. Questo ti farò se solo dirai a te stesso chi io sono”.
25 agosto Sono fortunatoA presto AmbrogioE va bene sono fortunato, anche se spesso lo dimentico, anche se non mi accorgo quasi mai di tutto ciò che ho, di quello che mi circonda, degli oggetti, degli amori, del sapere, di quell’innata curiosità che non è talento, ma semplice voglia di capire, sperimentare, conoscere, in una parola provarci…
E sono qui, a poter donare a me stesso tutte queste fantastiche cose, mentre le mie mani, due, sane, scorrono velocemente su una tastiera di un computer, che è bello, veloce, e riflette il mio pensiero da un grande monitor, traducendo in immagini e parole ciò che provo. Ed in breve queste parole voleranno via da qui, come son precipitate dalla mia mente, generate dalla stessa curiosità, dalla stessa inquietudine, per raggiungere altri posti, che pur non conoscendo so che saranno bellissimi perché pieni di vita. Nella mia fortuna c’è anche l’opportunità di continuare a dire ciò che penso, poter criticare, essere duro, ironizzare, o sorvolare sfarfalleggiando sulle ali del non senso.
Nessuno ancora è qui, alla mia porta, per dirmi che devo smetterla, per censurarmi, per sbattermi in gabbia, gridando in faccia la necessità di rieducarmi.
E queste risorse che ho, questi doni, son talmente tanti che quando con le arti marziali ho sverginato il mio ginocchio mi son detto che potevo ancora correre, e saltare, e respirare, agitando le braccia come un uccello che vola con la mente.
Poi una moto ed il suo peso mi han fatto capire che la mia vita era segnata, che non avrei potuto più correre. Ma avrei potuto camminare, e raggiungere boschi, lontane mete, vedere un tramonto, dipingere, scrivere, e muovere ancora le braccia per volare. Sono fortunato io, perché ho avuto tanto dalla vita, ed ancora ne posso discutere, gioendone, viaggiando ancora una volta dove la vita mi porterà.
Per Ambrogio Fogar che se n’è andato con la speranza incollata nell’ultima cosa che gli era rimasta: lo sguardo.
Postato da: Luigi a 17:06 |24 agosto Blog? Ma è roba per chi...Carissimi amici miei. Chi stà leggendo queste parole avrà sicuramente vissuto l'esperienza di incontrare qualcuno che dice "un Blog? Ma quella è roba per chi non ha un cazzo da fare...". Magari l'interlocutore non sarà stato scurrile come me (chiedo venia), ed avrà pesato il vocabolo da utilizzare, ma il concetto quello è... Bene, cioé male. A parte il fatto che coloro che ve lo dicono (anzi ce lo dicono), così vis à vis, senza nessun ritegno, sono persone che o non ci conoscono affatto o sono talmente schiette nella loro vita da mettersi in bocca ciò che passa tra le circunvoluzioni endocraniche con la stessa velocità con cui i nostri neuroni si leccano le labbra davanti ad un profiterol. A parte questo, credo che coloro che tengono un blog, aggiungendo quest'impegno a tutti quelli che già costellano la reciproca esistenza, lo facciano per la semplice volontà di comunicare, secondo l'accezione più pura del termine ovvero la sommatoria di quel dare e ricevere che aiuta a vivere. Che poi il desiderio di comunicare comporti il sacrificio di parte del proprio tempo non è in discussione, la coperta è sempre quella, tessuta con gli identici 24 pezzetti. Ora chi pensa, e spesso dice, o non dice, ma si capisce lo stesso che da come ti guarda che lo pensa, che nella vita ci sono cose più importanti da fare, tipo guadagnare soldi, andare a caccia di maschietti/femminucce, leggere di gossip, guardare Emilio Fede in TV, sbattersi in discoteca, ecc., non riflette su due aspetti fondamentali del problema. Primo: ognuno il tempo libero se lo spara come crede, anche se suppongo che la libertà di ciascuno consenta di spararsi come si crede anche il tempo non libero... Secondo: comunicare, sempre secondo me (ah non avevo scritto prima secondo me? Beh, tutto quello che è scritto è secondo me), è la maniera migliore con cui trastullarsi, perché non solo aiuta a convincersi del fatto che al mondo non sono tutti imbecilli, ma aiuta a realizzare, a rendere evidente a se stessi, che esistono persone splendide che solo in questo modo e con questo mezzo riescono a trasmettere ciò che dentro loro si agita. Quindi comunicare come sinonimo di crescere, migliorarsi, acquisire esperienze non vissute, attingere ad altre vite, farle proprie, vivendone centinaia contemporaneamente, in poche parole battendo il limite del tempo. E poi diciamoci la verità: quelli che agitano la bandiera che internet (in genere) e i blog (in particolare) sono bufale per i perditempo, sono di solito le persone che amano interrompere chi sta parlando. E normalmente queste persone non reggono la lettura di chi scrive un blog, per il semplice motivo che non hanno nessuno da interrompere. Devono leggere: zitti e pipa. Che poi è il vantaggio inestimabile dello scrivere. Butti giù un idea, ti prendi un caffè, chi fuma si accende una sigaretta, rileggi, ti dici "ma che cazzo ho scritto?", correggi, un altro goccio di caffè, rileggi ancora, decidi. E colui che legge, se non capisce, deve solo rileggere (a volte). Non è costretto ad interrompere, o semplicemente può permettersi la disavventura comune di un cerevello che durante la lettura prende altri binari per qualche secondo. Si torna indietro e si riprende il verso, cosa che nel dialogo non sempre è possibile. Allora weblog come ripetizione degli stessi sistemi di relazione, già noti, ma secondo l'evolversi dei tempi, e chi di voi che sta utilizzando il proprio tempo avendo letto fin qui, non è forse sensibile a ciò che cambia, pregno di curiosità, vitale? 22 agosto Quelli che son già tornati dalle vacanze...E’ appena andato via. Oserei dire finalmente…
Avete presente una di quelle persone che interpretano una discussione come l’opportunità di dire, all’incauto interlocutore, tutto ciò che non hanno detto in giorni interi, mesi, anni?
Lo spunto naturalmente è un caffè condiviso o qualsiasi altra amenità che dia origine all’incontro.
Mai dare spago. Mai lasciarsi andare ad una domanda di troppo. Mai pensare lontanamente di dire: “e con tua moglie come va?” oppure “sei stato in vacanza?”. Rischiereste di restare ingabbiati per delle ore ad ascoltare senza avere lo spazio di dire “a”.
Naturalmente in periodo estivo quale poteva essere l’oggetto del discorso se non la descrizione accurata di una meta di viaggio?
Avete presente i libri tipo Truman Capote, Ernest Hemingway o l’italianissimo Bevilacqua in cui le descrizioni dei luoghi si allungano talmente a dismisura da farvi spazientire e girare pagina? Ma questo sarebbe niente se non fosse che non puoi girare come un foglio chi ti sta parlando e chiudergli la bocca come si chiude un libro.
Il peggio arriva quando inizia l’opera di magnificenza dei luoghi, delle persone e di qualsiasi cosa abbia visto o incrociato.
“Le strade sono più grandi che da noi, la gente è più gentile, non trovi una carta per terra, anche la cacca è profumata…”
E tu guardi, ascolti, e speri che se ne vada. Ma non si muove, anzi ti prende una sigaretta, mentre continua: “la montagna era più grande, la nave più spaziosa, il bar più fornito…”
Vedi che si muove verso la porta e dici a te stesso che sta andando via. Ed invece no, si appoggia al battente e prosegue imperterrito…
San Pancrazio, ma come possono queste persone ogni volta che tornano da un viaggio dire che tutto ciò che hanno visto è “in” e tutto ciò che li circonda ogni giorno è “out”. E poi dovreste vedere i gesti, quei movimenti della testa come a dire: “si, ma tanto tu che puoi capire, non hai visto…”
Questa sottospecie di esterofilia non la sopporto è più forte di me.
E non tanto perché non capiti di vedere quando si parte strade più pulite o ristrutturazioni di centri storici fatti correttamente, ma quanto per la tristezza che mi comunicano gli interlocutori di questi ripetitivi monologhi: non riescono a capire quanto il loro modo di “vedere” venga deformato dal semplice fatto di essere in vacanza.
Essere lontani dallo stress di tutti i giorni rende diverso il modo di vedere le cose. Ma una strada pulita o un bel bosco curato si trovano dappertutto.
Se riesci ad avere con tua moglie un minimo di intimità solamente quando sei in vacanza, ti prego, non venire da me a raccontarmi di come fosse unico ed inimitabile l’albergo dove sei stato, il pasto che hai mangiato, il castello che hai visitato. Forse hai scopato e non lo facevi da 6 mesi. Tutto qui. Ma se riesci benissimo a mentire a te stesso, non vedo il motivo per cui debba provare ad ogni costo a convincere me…
20 agosto Dividi et imperaMi ha scritto Alessandro di Bologna (vedi commenti al blog di ieri): "In informatica la parola d'ordine è il divide et impera, ossia di fronte a un grande problema da risolvere la prima cosa da fare prima di affrontarlo è sezionarlo in tanti piccoli sottoproblemi, e uno ad uno cercare di risolverli e andare avanti stando attento che quel sottoproblema non si riproponi cosi all'infinito sezionando sempre e risolvendo a piccoli passi cio che hai di fronte...." E' esattamente quello che faccio ogni giorno con quasi tutto ciò che mi succede, o con gli eventi che dovrei controllare, anche quando la situazione sembra prendermi la mano... Molte volte è una questione di impostazione mentale, di stile di vita, senza cui non vai molto lontano. Ma ciò di cui spesso parliamo non è l'organizzazione che ognuno di noi decide di dare alla propria vita (anche se questo aspetto può essere un piccolo contributo al benessere collettivo), ma come la assenza totale di organizzazione nell'attività degli altri finisca per influenzare la nostra esistenza. Capisco bene che abitare nel nord del Paese e vedere dal promontorio ciò che sta giù rende la prospettiva smussata in molti angoli, ma fatto stà che quando vedo il nostro Presidente della Regione (tale Cuffaro da Raffadali) continuare a restare impunemente al suo posto dopo decine di imputazioni di reati che lo hanno visto partecipe di un connubio con la mafia..., beh mi girano le palle, e mi girano a tal punto che forse ho capito il fenomeno dei passi sull'acqua di Gesù... Ora non c'è niente di peggio di un popolo assuefatto all'amoralità, che veda, ed interpreti, gli scandali come fossero un'apparizione ad un talk-show (Maltese sul venerdì de la Repubblica di questa settimana), che pensi a costruire il proprio orto lasciando franare la montagna. Una montagna che frana nè farà franare altre e, prima o poi, anche l'orto verrà sommerso dai detriti. E se non vivremo abbastanza per vederlo seppellito, novello Pompei di sogni mancati, lo vedranno seppellito i nostri figli o i figli dei nostri figli, che pagheranno sulla loro pelle il nostro disinteresse. Ed è in virtù del raziocinio individuale e non massificabile che il nostro Paese ha oggi (o sarebbe meglio dire può avere) qualche speranza di risollevarsi. E' in virtù della speranza che ognuno dona a se stesso che torneremo a rivivere cicli storici trascorsi, ai quali guardiamo con nostalgia, quando la TV dei ragazzi era fatta di Topolino e gatto Felix, quando coloro che avevano l'opportunità ed il privilegio di raggiungere le masse cercavano di trasmettere messaggi educativi ed un pizzico di moralità. Una generazione che non guarda a questi valori è una generazione destinata a scomparire come è scomparsa, vittima dei propri fallimenti, quella di chi l'ha preceduta. E siccome nessuno deve prendere il fucile e fare giustizia sommaria nelle piazze l'unica via è quella della consapevolezza di tutti, che è conoscenza, libertà e quindi presupposto per scelte eque e non condizionate dalle necessità. Chiudere in gabbia un popolo, facendo della maggior parte di loro un coacervo di bisognosi costretti a chiedere ciò che in qualsiasi altra democrazia toccherebbe di diritto è azione da carogne. Noi in Sicilia conosciamo bene questa interpretazione della libertà, che ci viene venduta per tale da migliaia di anni. Conosciamo bene gli impuniti delinquenti che si presentano nelle piazze ad ogni vigilia di voto locale per promettere che l'acqua ci sarà per tutti, per dire che combatteranno la mafia, per giurare che saremo insieme più ricchi, a cominciare dalla metà di carta di 50 euro data al votante, a cui viene aggiunta la successiva metà a dimostrazione avvenuta di voto. Ma non siamo riusciti a cambiare le cose. E molti di noi, se potessero sostituirsi per incanto ai loro connazionali del nord, probabilmente ragionerebbero alla stessa maniera: nessun investimento al sud e Dio ci guardi dai meridionali. Il "dividi et impera" lo conosciamo bene, ma per altri motivi, facilmente immaginabili. 19 agosto TrasformismoSi legge sui giornali di oggi che il Presidente del Consiglio accusa gli alleati dell'UDC di voler salire sul carro dei vincitori. Letta chiama quindi il Presidente: "Silvio, ci risiamo. Ma che cazzo dici? Che cosa hai detto ieri alla stampa, avanti, sentiamo?" E Berlusconi: "che quei traditori salgono sul carro dei vincitori...". "Appunto Silvio appunto" continua Letta, "questo vuol dire che tu dichiari sapere chi saranno i vincitori..." "Azz non ci avevo pensato. Gianni ti prego, corri a smentire..." "Vabbè, io corro a smentire per l'ennesima volta, ma tu studia una svolta..." "Gianni aspetta, devo dirti una cosa" continua Silvio, "io un'idea ce l'avrei. Conosco gli italiani e le loro debolezze. Ora ti mando l'immagine..." |
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