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December 05 I miei ragazzi insidiati dal demone della Facilità di Marco Lodoli Vorrei riportare un articolo di Marco Lodoli dal titolo “I miei
ragazzi insidiati dal demone della Facilità” apparso su Repubblica del
6 novembre 2002:
Scrive Lodoli: “Cosa stia accedendo nelle menti degli italiani, come mai ho l’impressione che lo stordimento, se non addirittura una leggera forma di demenza, stiano soffiando come scirocco in troppi cervelli, giovani e meno giovani? Quali sono le cause, se ce ne sono, di questo torpore? Avevo raccontato, un mese fa su “Repubblica”, la mia crescente ansia di fronte al silenzio dei miei studenti che sembrano non saper più ragionare. In tanti hanno risposto, mi sono arrivate molte lettere, anche dei ragazzi delle scuole. Capisco che è difficile indicare un unico responsabile, un sicuro colpevole, ma una piccola idea del perché accada tutto questo io me la sono fatta e ve la propongo. A mio avviso da troppo tempo viviamo sotto l’influsso di una divinità tanto ammaliante quanto crudele, un uccelletto che canta soave, ma che ha un becco così sottile e feroce da mangiarci il cervello. La Facilità è la dea che divora i nostri pensieri, e di conseguenza l’intera nostra vita. La Facilità non va certo confusa con la Semplicità che, come ben sintetizzava il grande scultore Brancusi “è una complessità risolta”. La Semplicità è l’obiettivo finale di ogni nostro sforzo: noi dovremmo sempre impegnarci affinché pensieri e gesti siano semplici, e dunque armoniosi e giusti. La Semplicità è il miele prodotto dal lavoro complicato dell’alveare, è il vino squisito che dietro di sé ha la fatica della vigna. La Facilità, invece, è una truffa che rischia di impoverire tragicamente i nostri giorni. A farne le spese sono soprattutto i ragazzi più poveri e sprovveduti, ma anche noi adulti furbi e smaliziati stiamo concedendo vasti territori a questa acquerugiola che somiglia a un concime ed è veleno. La nostra cultura ormai scansa ogni sentore di fatica, ogni peso, ogni difficoltà: abbiamo esaltato il trash e il pulp, bastavano un rutto e una rasoiata per raccogliere attenzione e gloria; abbiamo accettato che le televisioni venissero invase da gente che imbarcava applausi senza essere capace a fare nulla; abbiamo accolto con entusiasmo ogni sbraitante analfabeta, ogni ridicolo chiacchierone, ogni comico da quattro soldi, ogni patetica “bonazza”. Così un poco ogni giorno il piano si è inclinato verso il basso e noi ci siamo rotolati sopra velocemente, allegramente, fino a non capire più nulla, fino all’infelicità. Tutto è stato facile, e tutto continua a voler essere ancora più facile. Impara l’inglese giocando, laureati in due anni senza sforzo, diventa anche tu ridendo e scherzando un uomo ricco e famoso. Spesso i miei alunni, ragazzi di quindici o sedici anni, mi dicono: “Io voglio fare i soldi in fretta per comprarmi tante cose”, e io rispondo che non c’è niente di male a voler diventare ricchi, ma che bisogna pure guadagnarseli in qualche modo questi soldi, se non si ha alle spalle una famiglia facoltosa: bisognerà studiare, imparare un buon mestiere, darsi da fare. A questo punto loro mi guardano stupiti, quasi addolorati, come se avessi detto la cosa più bizzarra del mondo. Non considerano affatto inevitabile il rapporto tra denaro e fatica, credono che il benessere possa arrivare da solo, come arriva la pioggia o la domenica. Sembra che nessuno mai li abbia avvertiti delle difficoltà dell’esistenza. Sembra che ignorino completamente quanto la vita è dura, che tutto costa fatica, e che per ottenere un risultato anche minimo bisogna impegnarsi a fondo. E per quanto io mi prodighi per spiegare loro che anche per estrarre il succo dell’arancia bisogna spremerla forte, mi pare di non riuscire a convincerli. Il mondo intero afferma il contrario, in televisione e sui manifesti pubblicitari tutti ridono felici e abbronzati e nessuno è mai sudato. Così si diventa idioti. E’ un processo inesorabile, matematico, terribile, ed è un processo che coinvolge anche gli adulti, sia chiaro. La Facilità promette mare e monti, e il livello mentale si abbassa ogni giorno di più, fino al balbettio e all’impotenza. “Le cose non sono difficili a farsi, ma noi, mettere noi nello stato di farle, questo si è difficile”, scriveva ancora Brancusi. Mettere noi stessi nello stato di poter affrontare la vita meglio che si può, di fare un mestiere per bene, di costruire un tavolo o di scrivere un articolo senza compiere gravi errori, questo è proprio difficile, ed è necessario prepararsi per anni, prepararsi sempre. E se addirittura volessimo avanzare di un palmo nella conoscenza di noi stessi e del mondo, trasformarci in esseri appena appena migliori, più consapevoli e sereni, dovremmo ricordarci la fatica e la pena che ogni metamorfosi pretende, come insegnano i miti classici, le vite degli uomini grandi, le parole e le posizioni dei monaci orientali. Ma la Facilità ormai ha dissolto tante capacità intellettuali e manuali, e si parla a vanvera perché così abbiamo sentito fare ogni sera, si pensa e si vive a casaccio perché così fanno tutti. Ben presto per i lavori più complessi dovremo affidarci alla gente venuta da fuori, da lontano, alle persone che hanno conosciuto la sofferenza e hanno coltivato una volontà di riscatto. Loro sanno che la Facilità è un imbroglio, lo hanno imparato sulla loro pelle. Noi continueremo a sperare di diventare calciatori e vallette, miliardari e attrici, indossatori e stilisti, e diventeremo solo dei mentecatti.” November 20 Qualità dell'informazioneC’è un giornale in questa città, nella mia città, che fa lavorare i giovani. Finalmente!!! In fondo è semplice: ecco la via. Basta la raccomandazione del politico di turno e l’aspirante pubblicista (leggi precario attanagliato dai “non si sa mai”: stage gratis, patente europea del computer e patentino di pubblicista sono indispensabili per cavalcare il nulla) viene chiamato a preparare i “pezzi”. Vi dico come funziona: i lettori mandano le segnalazioni delle disfunzioni riscontrate in città (marciapiedi rotti, case pericolanti, discariche abusive, segnaletica stradale divelta ecc.). Il redattore (quello vero) telefona al giovane e comunica l’elenco delle segnalazioni (o, per essere più precisi, le segnalazioni che sono già state scremate). Il giovane va - a proprie spese - a verificare quanto è stato comunicato e, se necessario, intervista l’autore della segnalazione. Scrive il pezzo e lo manda al redattore (quello vero). In Sicilia gli articoli necessari per diventare pubblicisti – e riuscire ad avere il fantomatico “tesserino” – sono 60 in due anni (www.odg.it). Sono necessari: una lettera del direttore della testata per cui il giovane scrive e le ricevute delle ritenute d'acconto che attestano che si è ricevuta una retribuzione per il lavoro svolto. Il pezzo quando viene pubblicato viene regolarmente pagato. Quanto? Sedetevi, perché qui viene il bello: ben euro tre se occupa mezza pagina e nientepopodimenoché euro uno se si tratta solo di un trafiletto. Et voilà un giornale creato con pochissimi quattrini e la scelta – in cambio di regolari favori venduti ai politicanti di turno – di riempire l’universo di giovani pubblicisti. Nell’affare c’è anche l’opportunità di essere in edicola quando i giornalisti (quelli veri) sono in sciopero. Ma non dovrebbero essere i giornalisti (quelli veri) a denunciare per primi – a gran voce e in un linguaggio chiaro come quello che ho usato - questo malaffare? O i giornalisti (quelli veri), come tutti i ricattabili dipendenti figli di mamma – e della globalizzazione – sono le prime vittime della paura che attanaglia coloro che guardano al proprio miserevole tozzo di pane? E poi ci chiediamo perché è scaduta la qualità dell’informazione? L. November 19 Vacca cultura "Siamo nel bel mezzo di una notte non prorpio
buia e tempestosa, ma certamente profonda e illune, in cui tutte le
vacche della cultura sono nere, indistinguibili". Così scrive Marcello Benfante sulle pagine di cronaca della mia città ne La Repubblica di sabato. E' sorprendente, ma alla mia non tenera età mi ritrovo per la prima volta a pensare alla cultura come ad una vacca, e ad accorgermi che il paragone può essere calzante. Si può cavalcare una vacca quando non ha più latte da mungere? O nel buio illune si rischia di cadere? November 18 Game over o dell'assuefazione all'orrore La notizia che vorrei ci stupisse è che uno dei
qualsiasi delitti ai quali siamo abituati, un orrore quotidiano come
quelli che leggiamo ogni giorno riuscisse a suscitare qualcosa di
diverso rispetto allo stanco copione che ci vede inorriditi per pochi
minuti e indignati per un’ora, fuori dall’anestesia generalizzata in
cui siamo sprofondati.
Il magma di immagini e parole che ci inonda ha reso indistinto il messaggio, come la nostra sensibilità, col risultato che ci siamo assuefatti all’orrore, a tutti i piccoli orrori compiuti nel minuscolo ambito familiare ed ai grandi orrori compiuti in giro per il mondo in nome della libertà e della democrazia. L’assuefazione all’infamia ci ha portato ad abituarci ad una malattia che temiamo talmente da preferire non pensarci… Possiamo dedicare l’attenzione a questi fatti solo per pochi istanti; i nostri anticorpi non sono più capaci di debellare ciò che il sistema ci ha contagiato: l’unica capacità reattiva è nel silenzio che nasconde un’evidente comune complicità. E questo lo sappiamo tutti molto bene: invisibile non è solo tutto ciò che non si vede, ma soprattutto ciò che non vuole essere visto. L. November 06 Euro che?
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EURO 1 |
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Obbligatorio per veicolo Immatricolati dopo il 01/01/1993 |
Obbligatorio per veicolo Immatricolati dopo il 01/01/1997 |
Obbligatorio per veicolo Immatricolati dopo il 01/01/2001 |
Obbligatorio per veicolo Immatricolati dopo il 01/01/2006 |
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- 91/441/CEE - 91/542/CEE A - 93/59/CEE |
- 91/542/CEE B - 94/12/CEE - 96/1/CE - 96/44/CE - 96/69/CE - 98/77/CE |
- 98/69/CE rif A - 98/77/CE rif. A 98/69/CE rif. A - 1999/96/CE rif. A - 1999/102/CE rif.A 98/69/CE rif. A - 2001/1/CE rif. A 98/69/CE rif. A - 2001/27/CE rif. A - 2001/100/CE A - 2002/80/CE A - 2003/76/CE A |
- 98/69/CE B - 98/77/CE rif. 98/69/CE B - 1999/96/CE B - 1999/102/CE rif B. 98/69/CE B - 2001/1/CE rif. B 98/69/CE B - 2001/27/CE B - 2001/100/CE B - 2002/80/CE B - 2003/76/CE B |
E’ uscito oggi su “la Repubblica” un’intervista al sociologo Jacques Gerstlé, specialista di comunicazione politica e docente alla Sorbona di Parigi.
Cosa dice Gerstlé dei politici che oggi si muovono nella scene nazionali ed internazionali?
Innanzitutto l’esigenza generalizzata dei politici di adeguarsi ai nuovi canoni di comunicazione, incrementando la professionalità ed assoldando allo scopo degli specialisti, gli spin doctor, capaci di guidarli verso le tendenze richieste dal mercato.
Cosa consigliano ai politici gli specialisti in comunicazione?
Vengono consigliate le tecniche che insegnano a trattare ed utilizzare strategicamente l’informazione, controllando, orientando e prevenendo gli effetti che la comunicazione ha – ed avrà – sull’opinione pubblica (intendendo questa come elettorato attivo).
Per far questo è necessario che i politici creino artificiosamente spunti di attenzione, al fine di suscitare l’interesse dei media (creando – spesso anche dal nulla - manifestazioni, comizi, dichiarazioni inattese, gesti eclatanti, ecc.).
Visto però che spesso i ritmi dell’informazione non consentano tempi lunghi, i politici devono anche imparare a passare da un tema all’altro rapidamente, frammentando i loro discorsi, relegandoli a slogan, secondo le necessità radiofoniche e televisive.
Si assiste quindi ad un perenne dominio della novità e dell’effimero, al trionfo della superficialità, allo svuotamento dei contenuti.
Nella volontà, da parte del politico comunicatore, di aumentare quindi la relazione diretta con l’opinione pubblica - al solo scopo di ottenere un generalizzato consenso - i politici non dicono quasi mai ciò che essi stessi pensano, bensì ciò che i potenziali elettori desiderano che venga loro detto.
Ed analogamente fanno di tutto per presenziare a talk show e programmi di ogni genere, esibendosi come cuochi o cantanti, pur di ottenere l’agognata confidenza con lo spettatore, che così avrà l’impressione di “conoscere da sempre”, il clown che si è appena esibito.
Grazie Jacques, ora capisco perché quando qualsiasi notiziario mi impone le opinioni dei tuttologi Bondi e Schifani o di Mastella e Pecoraro Scanio la mia mano corre subito al telecomando.
A proposito di carcere e affetto, succede anche di sposarsi in carcere, quando le prospettive di un permesso sono ancora lontane e due persone decidono che vogliono fare lo stesso quel passo, e accettano di compierlo in quel luogo orrendo che è il carcere.
Nel film Fine amore mai, realizzato dai detenuti di San Vittore, c’è la scena di un matrimonio "vero dentro", che a noi spettatori fa stringere il cuore, eppure si capisce che i due che si stanno sposando sentono ugualmente che quel gesto ha una sua felicità, nonostante le sbarre e lo squallore intorno. Lo spiega bene Chicca, che ricorda quando ha accompagnato la figlia a sposare un ragazzo detenuto, e nonostante la sua ansia di madre di fronte ad una scelta così difficile della figlia, sente che lei sta vivendo, in ogni caso, uno dei giorni più importanti e felici della sua vita. Se almeno ci fosse quella legge più umana, che potrebbe consentire ai detenuti che non usufruiscono di permessi premio dei colloqui lunghi senza controlli visivi, la figlia di Chicca non avrebbe dovuto tornarsene a casa senza neppure un minuto di intimità.
Di Chicca L., maggio 2003
Una mattina di maggio, un pallido sole tiepido, io lì fuori dal carcere che guardo con tenerezza mia figlia, le lacrime le trattengo a stento, oggi è per lei quello che si definisce il giorno più bello, quello che per una ragazza è il sogno che si realizza.
È serena, è anche felice, emozionata, mi guarda e mi dice: "Ma non essere triste, io oggi sono felice".
Quante cose vorrei dirti bimba mia, anche se non lo sei più ora una bambina, sei già una piccola grande donna!
Oggi capisco la tua scelta e la condivido, il tuo è un atto d’amore, anche se non sarai come tutte le altre spose, non potrai indossare l’abito bianco, e non potrai uscire dalla chiesa sotto braccio del tuo sposo.
Ma anche se quelle due ore che vi hanno concesse saranno l’unico momento vostro, so con quanto amore e sofferenza stai affrontando tutto ciò e ti ammiro per la tua maturità.
La mattina sei uscita da casa con la tua scatolina di velluto a forma di cuore dove c’erano dentro le fedi, alla perquisizione però non le hanno fatte passare, un po’ di ansia in più ma poi per fortuna le ha portate dentro l’agente.
Siamo in una stanza fredda, dove fanno i colloqui gli avvocati, ma in quel momento diventa il posto per te più bello del mondo. Sei tu che aspetti il tuo quasi marito, e ridendo mi dici: "Vedi mamma, il mio matrimonio è speciale, non avevi mai visto una sposa aspettare…".
E quando alle nostre spalle una porta si apre e arriva il tuo compagno, ti vedo così piccola fragile indifesa, poi vi prendete per mano, quasi increduli di quella vicinanza, vi sorridete, vi osservate come se dopo tanto tempo vi riscopriste, così vicini da sembrare una cosa unica, vi scambiate le fedi, le baciate, le guardate sulle vostre mani, le rigirate sulle dita, cosa preziosa che vi fa sentire ancora più uniti.
Piccoli gesti che in altri tempi sono insignificanti ma che ora, lì in carcere, sono tutto il vostro mondo, il vostro amore, il solo contatto che riscalda il vostro cuore. Alla fine, come unica concessione ci fanno trovare due vassoi di paste, che comunque ha pagato tuo marito, ma visto che nel carcere di Monza di solito non sono concesse le paste fresche, noi le assaggiamo appena per lasciare che poi possano portarle su in sezione e in qualche modo festeggiare.
Adesso siamo di nuovo fuori e tu ti stringi al mio braccio, qualche lacrima ti scende giù ma sorridi e mi dici: "Mamma, credimi, oggi è il giorno più bello della mia vita".
Sì, il vostro viaggio sarà lungo, ma spero che il vostro amore vi sosterrà.
Uri Grossman, venti anni
Uri Grossman era nato il 27 agosto 1985. Avrebbe festeggiato il suo ventunesimo compleanno tra due settimane. Studiava alla scuola sperimentale. Si è arruolato nell’unità corazzata e ha realizzato il suo sogno di diventare comandante di un tank. Stava quasi per essere congedato dall’esercito, a novembre. Avrebbe girato il mondo, poi studiato teatro. Venerdì pomeriggio ha parlato dal Libano con i genitori e la sorella. Era felice che fosse stata presa la decisione del cessate il fuoco. Aveva promesso che avrebbe mangiato a casa il prossimo sabato... Aveva un favoloso senso dell’umorismo e una grande anima piena di vita e di emozione...
Questa è l’orazione funebre per Uri Grossman, pronunciata martedì a Gerusalemme dal Padre, David, uno dei più grandi romanzieri israeliani.
Mio caro Uri,
sono ormai tre giorni che quasi ogni pensiero comincia con “non”. Non verrà, non parleremo, non rideremo. Non ci sarà più questo ragazzo dallo sguardo ironico e dallo straordinario senso dell’umorismo. Non ci sarà il giovane uomo dalla saggezza molto più profonda di quella dei suoi anni, dal sorriso caloroso, dall’appetito sano. Non ci sarà quella rara combinazione di determinazione e delicatezza. Non ci saranno il suo buon senso e l’assennatezza del suo cuore.
Non ci sarà l’infinita tenerezza di Uri e la tranquillità con cui placava ogni tempesta, non vedremo insieme i Simpson o Seinfeld, non ascolteremo con te Johnny Cash e non sentiremo il tuo abbraccio forte e rassicurante. Non ti vedremo camminare e parlare con Yonatan (il fratello maggiore ndr) gesticolando con foga, abbracciare Ruti (la sorella più piccola ndr), a cui volevi tanto bene.
Uri, amore mio, per tutta la tua breve vita abbiamo imparato da te. Dalla tua forza e dalla determinazione di seguire la tua strada, anche quando non avevi possibilità di riuscita. Abbiamo seguito stupefatti la tua lotta per essere ammesso al corso di comandanti di tank. Non ti sei arreso ai tuoi superiori, sapevi di poter essere un buon comandante e non eri disposto a dare meno di quanto potevi. E quando l’hai spuntata, ho pensato, ecco un ragazzo che conosce semplicemente e lucidamente le sue possibilità. Senza pretese, senza arroganza. Che non si lascia influenzare da quello che gli altri dicono di lui. Che trova la forza dentro di sé.
Sei stato così fin da piccolo. Vivevi in armonia con te stesso e con chi ti stava intorno.Sapevi qual’era il tuo posto, eri consapevole di essere amato, conoscevi i tuoi limiti e le tue virtù. E davvero, dopo aver piegato l’intero esercito, ed esser stato nominato comandante, era chiaro che tipo di comandante e uomo eri. E oggi i tuoi amici e i tuoi subordinati raccontano del comandante e dell’amico, di quello che si alzava per primo per organizzare tutto e che si coricava solo dopo che gli altri già dormivano.
E ieri, a mezzanotte, ho guardato la casa, che era piuttosto in disordine dopo che centinaia di persone sono venute a farci visita, a consolarci, e ho detto, eh si, adesso ci vorrebbe Uri per aiutare a sistemare.
Eri il “sinistroide” del tuo battaglione, ma eri rispettato,, perché mantenevi le tue posizioni senza rinunciare ai tuoi doveri militari. Ricordo che mi hai raccontato della tua “politica dei posti di blocco” perché anche tu eri stato non poco ai posti di blocco. Dicevi che se c’era un bambino nell’auto che avevi fermato, innanzi tutto cercavi di tranquillizzarlo e di farlo ridere. E ricordavi a te stesso che quel bambino aveva più o meno l’età di Ruti e quanta paura aveva di te e quanto ti odiava, e a ragione. Eppure facevi di tutto per rendergli più facili quei momenti tremendi, compiendo al tempo stesso il tuo dovere, senza compromessi.
Quando sei partito per il Libano la mamma ha detto che la cosa che temeva di più era la tua “sindrome di Elifelet”. Avevamo molta paura che, come l’Elifelet della canzone, anche tu saresti corso dritto in mezzo al fuoco per salvare un ferito, che saresti stato il primo ad offrirti volontario per portare il rifornimento-di-munizioni-esaurite-da-tempo. E lassù, in Libano, in quella dura guerra, ti saresti comportato come hai fatto per tutta la vita, a casa, a scuola e durante il servizio militare, offrendoti di rinunciare a una licenza perché un altro soldato aveva più bisogno di te, o perché a casa di quell’altro c’era una situazione più difficile.
Eri per me figlio e amico. Ed era lo stesso per mamma. La nostra anima è legata alla tua. Vivevi in pace con te stesso, eri una persona con cui è bello stare. Non sono nemmeno capace di dire ad alta voce quanto tu fossi per me qualcuno con cui correre. Ogni qualvolta arrivavi in licenza dicevi: vieni, papà, parliamo. Di solito andavamo a un ristorante, a sedere e a parlare. Mi raccontavi così tanto, Uri, ed ero orgoglioso di avere l’onore di essere il tuo confidente, che uno come te avesse scelto me.
Ricordo quanto fossi indeciso una volta se punire un soldato in seguito a un’infrazione disciplinare. Quanto per te quella decisione fosse sofferta perché avrebbe scatenato la rabbia dei tuoi sottoposti e degli altri comandanti, molto più indulgenti di te riguardo a certe infrazioni. E infatti, punire quel soldato ti è costato molto da un punto di vista dei rapporti umani ma proprio quell’episodio si è trasformato in una delle storie cardinali dell’intero battaglione, che ha stabilito certe norme di comportamento e di rispetto delle regole. E nella tua ultima licenza mi hai raccontato, con un timido orgoglio, che il comandante del battaglione, durante una conversazione con alcuni nuovi ufficiali, ha portato la tua decisione come esempio di un giusto comportamento del comandante.
Hai illuminato la nostra vita, Uri. Io e la mamma ti abbiamo cresciuto con amore. Era così facile volerti bene, con tutto il cuore, e so anche che tu sei stato bene. Che la tua breve vita è stata bella. Spero di essere stato un padre degno di un figlio come te. Ma so che essere il figlio di Michal (la moglie di David Grossman ndr) vuol dire crescere con generosità, grazia e amore infiniti, e tu hai ricevuto tutto questo. Lo hai ricevuto in abbondanza, e hai saputo apprezzarlo, hai saputo ringraziare, e niente di quello che hai ricevuto era scontato per te.
In questo momento non dico nulla della guerra in cui sei rimasto ucciso. Noi, la nostra famiglia, l’abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall’amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo. E che io ringrazio per l’illimitato sostegno.
Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. E’ forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare. Vorrei che potessimo essere più sensibili gli uni nei confronti degli altri. Che potessimo salvare noi stessi ora, proprio all’ultimo momento, perché ci attendono tempi durissimi.
Vorrei dire ancora qualche parola.
Uri era un ragazzo molto israeliano. Anche il suo nome è molto israeliano, ebreo. Uri era il compendio dell’israelianità come io la vorrei vedere. Un’israelianità ormai quasi dimenticata. Spesso considerata alla stregua di una curiosità. Talvolta, guardandolo, pensavo che fosse un ragazzo un po’ anacronistico. Lui e Yonatan e Ruti. Bambini degli anni cinquanta. Uri con la sua totale onestà e il suo assumersi la responsabilità per tutto quello che gli succedeva intorno. Uri sempre in “prima fila”, su cui poter contare. Uri con la sua profonda sensibilità verso ogni sofferenza, ogni torto. E capace di compassione. Una parola che mi faceva pensare a lui ogni qualvolta mi veniva in mente.
Era un ragazzo con dei valori, parola molto logorata e schernita negli ultimi anni. Nel nostro mondo a pezzi e crudele e cinico non è “tosto” avere dei valori. O essere umani. O sensibili al malessere del prossimo, anche se quel prossimo è il tuo nemico sul campo di battaglia.
Ma io ho imparato da Uri che si può e si deve essere sia l’uno che l’altro. Che dobbiamo difendere noi stessi e la nostra anima. Insistere a preservarla dalla tentazione della forza e dei pensieri semplicistici, dalla deturpazione del cinismo, dalla volgarità del cuore e dal disprezzo degli altri, che sono la vera, grande maledizione di chi vive in un area di tragedia come la nostra.
Uri aveva semplicemente il coraggio di essere se stesso, sempre, in ogni situazione, di trovare la sua voce precisa in tutto ciò che diceva o faceva, ed era questo a proteggerlo dalla contaminazione, dalla deturpazione e dal degrado dell’anima.
Uri era anche un ragazzo buffo, incredibilmente divertente e sagace ed è impossibile parlare di lui senza riportare alcune sue “trovate”. Per esempio, quando aveva tredici anni, gli dissi: immagina che tu ed i tuoi figli un giorno potrete recarvi nello spazio come oggi si va in Europa. E lui rispose sorridendo: “Lo spazio non mi attira molto, si può trovare tutto sulla terra”.
O un’altra volta, mentre viaggiavamo in automobile, io e Michal parlavamo di un nuovo libro che aveva suscitato molto interesse e nominavamo scrittori e critici. Uri, che allora aveva nove anni, ci richiamò dal sedile posteriore: “Ehi, voi, elitisti, vi prego di notare che qui dietro c’è un piccolo sempliciotto che non capisce niente di quello che dite!”.
O per esempio Uri, a cui piacevano molto i fichi, con un fico secco in mano: “Di un po’, i fichi secchi sono quelli che hanno commesso peccato nella loro vita precedente?”. O ancora una volta che ero indeciso se accettare un invito in Giappone: “Come puoi non andare? Sai cosa vuol dire essere nell’unico Paese in cui non ci sono turisti giapponesi?”
Cari amici, nella notte tra sabato e domenica, alle tre meno venti, hanno suonato alla nostra porta. Al citofono hanno detto di essere “gli ufficiali civici”. Sono andato ad aprire e ho pensato, ecco, la vita è finita.
Ma cinque ore dopo, quando io e Michal siamo entrati nella camera di Ruti e l’abbiamo svegliata per darle la terribile notizia, Ruti, dopo il primo pianto ha detto: “Ma noi vivremo, è vero? Vivremo come prima? Io voglio continuare a cantare nel coro, a ridere come sempre, a imparare a suonare la chitarra”. Noi l’abbiamo abbracciata e le abbiamo detto che vivremo. E Ruti ha anche detto: “che terzetto stupendo eravamo Yonatan, Uri ed io”.
E siete davvero stupendi. E anche le coppie all’interno del terzetto. Yonatan, tu e Uri non eravate solo fratelli, ma amici nel cuore e nell’anima. Avevate un mondo vostro ed un vostro linguaggio privato ed un vostro senso dell’umorismo. Ruti, Uri ti voleva un bene dell’anima. Con quanta tenerezza si rivolgeva a te. Ricordo la sua ultima telefonata, dopo aver espresso la sua felicità per la proclamazione all’Onu del cessate il fuoco, ha insistito per parlare con te. E tu hai pianto, dopo. Come se già sapessi.
La nostra vita non è finita. Abbiamo solo subito un colpo durissimo. Troveremo la forza per sopportarlo dentro di noi, nel nostro stare insieme, io, Michal e i nostri figli e anche il nonno e le nonne, che amavano Uri con tutto il cuore – “Neshuma”, lo chiamavano, perché era tutto Neshamà, anima – e gli zii e i cugini e tutti i numerosi amici della scuola e dell’esercito che ci seguono con apprensione e affetto.
E troveremo la forza anche in Uri. Aveva forze che ci basteranno per tantissimi anni. La luce che proiettava – di vita, di vigore, di innocenza e di amore – era tanto intensa che continuerà ad illuminarci anche dopo che l’astro che la produceva si è spento.
Amore nostro, abbiamo avuto il grande privilegio di stare con te. Grazie per ogni momento che sei stato con noi.
Papà, mamma, Yonatan e Ruti
Le cattive notizie ci raggiungono dovunque siamo…
C’è sempre qualcuno che ti ferma, viso atteggiato: “ha saputo di…?”
“No, non lo sapevo.” Non so che dire. “Fatemi sapere se fate una colletta per la famiglia…”.
Un altro morto in motocicletta. Lo incontravo quasi ogni giorno. L’ho visto venerdì, il giorno prima del suo appuntamento con la morte.
Andava molto orgoglioso della sua 650 rossa. Aveva quell’età in cui - a volte - la mente gioca brutti scherzi. Quell’età che spinge gli individui a concedersi ciò che si sa - a breve - non sarà più possibile fare: l’età dell’ora o mai più.
L’entusiasmo o la rabbia spingono il polso a ruotare, affinché velocemente scompaiano alla vista quei chilometri di auto in fila, stracolme di anime desiderose di uno spicchio di sole.
Mentre ci si inclina, spingendo in basso il ginocchio e sfiorando le altrui calde lamiere, non si pensa alla propria vita, non a quella di chi rimane. Si gode la libertà che si crede - così - di riuscire a possedere. Si sfiorano gli anni che non ci sono più, strappandoli al passato.
Ascolto, dagli angoli reconditi in cui mi trovo, l’assordante rumore di motociclette che fendono l’aria, di marce che salgono in rapida sequenza. Quei rumori che erano i miei rumori fino a poco tempo fa, fan vibrare altri polsi. Si vede che c’è ancora necessità di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. O a se stessi?
In bocca al lupo a quelli che restano, a coloro che – tuttora – pensano che l’imprevedibile sia una bugia narrata da chi non si ama abbastanza…
Amore è cosa intricata, perché sempre ci si confonde e non ci si chiarisce se si ama l’altro o si ama la relazione, se si soddisfa il nostro bisogno di sicurezza o il nostro bisogno di felicità. Oppure si vuole la felicità, ma non i suoi costi; e in alternativa si vuole la sicurezza, ma non la sua noia.
Amore è un gioco di forze dove si decide a quale dio offrire la propria vita: al dio della felicità che sempre accompagna la realizzazione di sé, o al dio della sicurezza che molto spesso si affianca alla negazione di sé.
Capita ogni tanto, per scelta o casualità, di uscire fuori dall’abbraccio mortale del “noi”, per conoscere chi siamo senza lei o lui. Solo gli altri, infatti, ci raccontano le parti sconosciute di noi, se li lasciamo parlare, senza soffocarli con il nostro bisogno di conferme che di solito, sbagliando, siamo soliti chiamare bisogno d’amore.
Forse la vita preferisce chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi evita di farlo per stare rannicchiato in una casa protetta, dove il camuffamento dei nomi fa chiamare “amore” quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi si è davvero, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati.
Il modo tuo d’amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole o abbracci
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi;
tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te